venerdì 30 marzo 2012

La comunicazione di Monti ha qualche problema e soprattutto ha ormai poco di sobrio

(da Libero) La comunicazione di Monti ha qualche problema e soprattutto ha ormai poco di sobrio. Le ancelle della grande informazione sono stanche e sperticate (su Corriere, Stampa, Repubblica ecc.) e le coloriture ebbre e al limite del brillo sono caricate sulle spalle di Betty Olivi detta Mafalda, la 62enne portavoce cheto segue dal 1994. La citazione di Monti da parte di Obama pare che sia un’invenzione dello staff di Palazzo Chigi… e nella rassegna stampa governativa oltretutto è stato omesso l’articolo che lo segnalava Doppia gaffe, anzi tripla perché l’articolo in compenso era in altre rassegne anche d’oltreoceano. Accadeva nel giorno in cui la portavoce rilasciava un’intervista (sì, lei) a un periodico dal titolo giusto: Vanity Fair. Olio d’Olivi ha lubrificalo il suo Mario con l’ennesima pippa sul Monti sobrio (“è una sua caratteristica che ci consiglia di usare”) oltreché modestie varie (“l’unica cosa anormale è il suo quoziente d’intelligenza”) e qualche smoderatezza, tipo: Quirinale o Palazzo Chigi? «Può fare l’una e l’altra». Insieme? Poi: l’ambizione di Monti? «Dimostrare di essere il migliore, sempre»,. Molto sobrio. Ancora: «Monti è stato il primo a coniare la categoria cittadino-consumatore». Sarebbe un merito. Infine: «Non cerchiamo la popolarità» Non c’è pericolo.

Calano i proventi della lotta all'evasione. Ma la stampa dice altro. Il Governo Berlusconi fece meglio

(da Libero) A sentire l’altra sera a Ballarò il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà fare il ganassa come da qualche tempo sta capitando a tutti i tecnici del governo,MarioMontiha così appeal da avere convertito in modo straordinario perfino gli evasori fiscali, pronti a preferire lui al gruzzoletto nascosto all'erario. Catricalà l’aveva sparata grossa: «Da quando ci siamo noi abbiamo recuperato 13 miliardi di imposte». Boom!
Giovanni Floris come gli accade da qualche tempo, se l’è bevuta senza battere ciglio anche se le stime fornite dalla stessa Agenzia delle Entrate su tutto il 2011 ammontavano a 11,5 miliardi recuperati. Si sa, quando si è tifosi si tende a deformare un po’ la realtà, ma questa volta la deformazione è stata gigantesca. Ieri con la presentazione dei dati consuntivi della Agenzia delle Entrate, la bugia di Ballarò è apparsa in tutta la sua evidenza. Attilio Befera ha lavorato anche meglio del previsto, e fattitutti i conti per benino, ha recuperato 12,7 miliardi di euro in tutto il 2011. C’è dentro un pizzichino forse di evasione, una discreta fetta di elusione (e soprattutto di abuso di diritto), la somma di tante piccole irregolarità fiscali e un buon carico di sanzioni e interessi mora riscossi. Per arrivare a 12,7 miliardi di euro riscossi l’Agenzia delle Entrate ha accertato irregolarità fiscali nello stesso periodo per 30 miliardi e 433 milioni di euro. È proprio a questa cifra che vanno paragonati i 13 miliardi citati da Catricalà, che sono il risultato per ora solo stimato degli accertamenti compiuti fra il primo novembre 2011 e il 25 marzo 2012. E cioè nel 40% di un anno. Facendo il confronto con analogo periodo dei dati a consuntivo del 2011 si ricaverebbe una cifra di 12,2 miliardi di euro. Il recupero evasione aggiuntivo dal primo novembre ad oggi sarebbe stato quindi non di 13, ma di 0,8 miliardi di euro circa, un po’meno di 200 milioni di euro al mese.Il trend di crescitasarebbe stato del 6,5%, cifra assai modesta se confrontata con la crescita del 15,5% nel recupero evasione 2011 rispetto al 2010. Si può dire quindi l’esatto contrario di quanto celebrato dalla coppia Floris-Catricalà in diretta televisiva: da quando c’è il governo Monti la caccia agli evasori è decisamente rallentata. Giulio Tremonti era riuscito a fare più del doppio del successore.

Mandanti 2.0. Il Governo vuole oscurare il web. Ma per non sporcarsi le mani delega l'Agcom

(da La Stampa) Il governo vuole delegare all’Autorità Garante per le Comunicazioni (Agcom) il potere di oscuramento dei siti italiani? E’ quello che sembrerebbe da una bozza che circola nelle sale del governo di cui siamo venuti in possesso ieri mattina da una fonte governativa e che abbiamo pubblicato sul nostro sito scatenando un putiferio sul Web. Questa bozza viene dagli uffici di Antonio Catricalà, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ed ex presidente dell’Antitrust. Tra i nuovi media (blog e social networks) è esplosa la polemica: «L’Agcom potrà censurare il Web», ha titolato Alessandro Longo nel suo blog ospitato su L’Espresso online. «Ignorate le normative europee, violati i principi fondamentali di libertà». E Il Nichilista: «Arriva l’Hadopi all’italiana?» riferendosi a un controverso provvedimento francese secondo il quale chi viola il diritto d’autore viene disconnesso da Internet. Secondo la bozza, Agcom ha il potere di disabilitare l’accessoaiservizi(cioèoscurarei siti) o di far rimuovere specifici contenuti che giudica violino il diritto d’autore. In sostanza, in Italia il potere di censurare il Web non è più in mano a un giudice – che sente le parti – ma a un’autorità amministrativa di nomina politica. Per di più la bozza - visto che non si può dare quel potere ad Agcom e lasciare in vita lenormeeuropeesulcommercio elettronico che tolgono ai fornitori Internet la responsabilità di quello che fanno i loro utenti - addirittura abrogherebbe gli articoli con cui l’Italia recepisce quelle norme. Formulata così la bozza attribuirebbe potere di vita e di morte ad Agcom sul Web italiano, oltre ad abolire le norme europee che ci proteggono dal rischio di trasformare i fornitori di Internet in poliziotti sulla Rete. Il timore dei difensori dei diritti degli utenti Internet è che passi un provvedimento che viola le libertà individuali sancite dalla Costituzione e dall’Europa. «È stato un autogol clamoroso», ha commentato Nicola D’Angelo, consigliere dell’Agcom noto per le sue posizioni minoritarie all’interno dell’Autorità. 

Lusi: nel Pd volano i coltelli.E ora c'è chi invita gli ex Margherita a farsi da parte

(da La Stampa) I problemi dell' ex Margherita corrono su un doppio binario. Giudiziario e politico. L' inchiesta della procura, per appropriazione indebita di 20 milioni di euro dai rimborsi elettorali, vede l' indagato, l' ex tesoriere Luigi Lusi, scaricare le sue responsabilità sul partito che però replica smentendo e annunciando querele. Ma s' intravedono guai anche all' orizzonte politico. Tanto più che le critiche piovono anche dagli ex compagni di viaggio del Partito democratico. Come Franco Monaco, della direzione nazionale, che invita i leader dell' ex Margherita "a chiedere scusa agli italiani e farsi da parte. Come può, chi aveva responsabilità di vertice, restare in politica e candidarsi a quale che sia carica pubblica dopo quanto accaduto? Chi mai potrebbe fidarsi?". Perché, secondo il Pd Monaco, al di là di eventuali reati "c' è il fronte delle responsabilità politiche da accertare senza indugio: quelle di chi ha omesso la vigilanza". Non è tanto tenero neppure il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ex Margherita attualmente Pd: "Lusi ha chiaramente responsabilità penali, perché ha rubato ed è reo confesso. Ma i vertici della Margherita hanno sbagliato a non controllare. E questa è una grave colpa politica". Secondo Renzi è indispensabile controllare chi gestisce il denaro pubblico: "Se un dirigente del Comune di Firenze ha in mano i soldi dei cittadini fiorentini, io lo marco stretto". Un modo per dimostrarsi trasparenti, secondo Renzi, è pubblicare su Internet tutti i dati sui fondi dell' Ex Margherita e di tutti i partiti. Invito che non spaventa minimamente l' avvocato della Margherita Titta Madia. "Sarà fatto sicuramente perché non c' è niente da nascondere. I consulenti incaricati da Rutelli di ripercorre tutte le tappe delle spese stanno lavorando alacremente, ma devono attendere ovviamente l' attività giudiziaria in corso. Non appena la Guardia di Finanza avrà terminato i controlli sugli assegni e sui bonifici emessi da Lusi, sarà tutto pubblicato nella Rete". Si dovrà attendere l' estate. Entro quel termine è prevista la chiusura delle indagini. Ieri è stato interrogato Emanuele Lusi, nipote dell' ex tesoriere della Margherita: ha confermato di avere ricevuto dallo zio un prestito di 360 mila euro, ma di aver ignorato che il denaro provenisse dalle casse del partito.

"Se mi processano, mi dimetto". A Lombardo ormai non crede nessuno. Ma cosa pensano Fli e i magistrati della sua giunta dell'imputazione coatta per concorso esterno?

(da Il Corriere della Sera) Quando pure il procuratore di Catania arrivato da Roma, il temuto Giovanni Salvi, aveva chiesto l' archiviazione dell' ipotesi di concorso esterno in associazione mafiosa contro Raffaele Lombardo e suo fratello Angelo, i sostenitori del contestato governo regionale puntellato da mezzo Pd pensavano di averla scampata. Ma un giudice deciso ad approfondire, il gip Luigi Barone, ha deciso che quel reato va contestato imponendo alla Procura della Repubblica di procedere alla cosiddetta «imputazione coatta». Un marchingegno spesso usato dalla macchina giudiziaria siciliana visto che così si sono aperti i processi al generale Mario Mori o all' ex ministro Saverio Romano. Ma stavolta il rischio di un eventuale rinvio a giudizio per mafia costringerebbe Lombardo alle dimissioni, o se non altro farebbe venire meno l' appoggio delle forze un tempo all' opposizione. Con la prospettiva di un terremoto politico pari allo tsunami che s' abbatté contro Totò Cuffaro e che, in virtù delle ultime revisioni statutarie, portò allo scioglimento dell' Assemblea regionale siciliana. Se cade il governatore direttamente eletto dal popolo, scatta il tutti a casa. Prospettiva che da ieri grava come una cappa soffocante su una Regione ancora con bilancio provvisorio. Ed è lo stesso Lombardo, pur rassicurato dai magistrati che ha in giunta come assessori, da Massimo Russo a Caterina Chinnici, a evitare ogni ambiguità, pronto al grande passo: «In caso di rinvio a giudizio mi dimetterò. Non sottoporrò la Regione alla guida di un presidente rinviato a giudizio. Né io posso sopportare le calunnie e le falsità dette da pentiti e da altre persone prive di attendibilità... ». Sarà una battaglia dura per il suo avvocato, Guido Ziccone, ex sindaco democristiano di Catania ed ex consigliere del Csm: «Non siamo davanti a una pronuncia definitiva. È una decisione che dovrà passare al vaglio di un giudice. Noi faremo valere con forza, determinazione e convinzione le nostre ragioni. Noi eravamo e siamo sereni perché certi delle nostre ragioni». La prima «ragione» è quella sbandierata da Lombardo davanti ai cronisti convocati a Palazzo d' Orleans, dopo le riunioni con disperati e precari che assediano una Palermo sudicia: «Non ho mai chiesto favori e voti ai mafiosi. Certo, non mi aspettavo questa ordinanza del gip ma sono sereno e rispettoso del lavoro dei magistrati». E a chi gli chiede tempi e modalità di dimissioni nella peggiore delle ipotesi, replica secco: «La peggiore delle ipotesi non esiste, quello che esiste è la verità. E io su questa vicenda scriverò un memoriale»

Di fronte all'ennesima sconfitta della libera stampa c'è l'assordante silenzio del Pd e dei sindacati

(da Il Tempo) A 88 anni compiuti il 21 marzo scorso Emanuele Macaluso ha preso un' altra decisione amara per la sua lunghissima esperienza di militante politico della sinistra e di giornalista. In particolare, egli ha dovuto condividere con la maggioranza dell' assemblea dei soci la liquidazione del quotidiano di cui accettò l' anno scorso la direzione per tentare un salvataggio che non gli è purtroppo riuscito: Il Riformista . Che chiude per mancanza più di fondi che di lettori. In verità, di pubblicazioni di cultura o specializzazione politica ma di scarsa diffusione nelle edicole, assistite tuttavia dal finanziamento pubblico riservato alle cooperative dei giornalisti e/o agli organi di partito, continua ad essere affollato il panorama editoriale italiano. E il quotidiano diretto da Macaluso, sia per la qualità professionale sia per quella politica, rappresentando con lo stesso nome della testata l' area della sinistra riformista, francamente non meritava e non merita di finire, per quanto costretto a sospendere le pubblicazioni per lo stato di liquidazione imposto dai conti in rosso. Di cui il povero Macaluso non poteva fare a meno di prendere atto, anche a costo di essere goffamente scambiato e indicato da un sindacalista del giornale ? lui che al sindacato, quello vero, ha dato le sue migliori energie e non ha preso un euro per il lavoro svolto da direttore ? per un emulo di Sergio Marchionne: l' amministratore delegato della Fiat salito in cima alla lista degli imprenditori più odiati e diffamati dai cavernicoli della sinistra, politica e sindacale. C' è purtroppo una disarmante coerenza tra la perdurante involuzione della sinistra italiana, di fatto guidata non tanto dal segretario del Pd Pier Luigi Bersani quanto dalla segretaria generale della Cgil Susanna Camusso, a sua volta condizionata dalla Fiom di Maurizio Landini, e la chiusura di un giornale come "Il Riformista". A Bersani, e prima di lui a Massimo D' Alema, a Walter Veltroni, a Piero Fassino e a tanti altri ex compagni del vecchio Pci di generazione diversa dalla sua, Macaluso ha rimproverato e rimprovera di non avere voluto trarre l' unica conseguenza logica dalla caduta del comunismo: riconoscersi nel filone socialista e riformista della sinistra. Anche per questo, convinto cioè delle «ragioni del socialismo», felicemente tradotte nella testata di un suo periodico prima ancora dell' avventura de "Il Riformista", egli si è ben guardato dall' intrupparsi nel Pd realizzato dagli ex compagni con i reduci della sinistra democristiana pur di sfuggire all' identità socialista, salvo frequentarne i rappresentanti all' estero. 

Che furbo Pierferdy. Sterzata populista e con una lettera rinuncia ai benefit da ex presidente della Camera. Gianfry farà lo stesso?


Il testo della lettera che ho inviato al Presidente della Camera Gianfranco Fini:
Roma, 30 marzo 2012
Illustre Presidente,
ho avuto il privilegio di guidare la Camera dei deputati dal 2001 al 2006 e ritengo di averla servita con onestà ed equilibrio, come da più parti mi è stato riconosciuto. 
Ho preso atto delle decisioni assunte ieri, a maggioranza, dall’Ufficio di Presidenza in relazione allo status degli ex Presidenti. Ringrazio Lei ed i colleghi ma Le comunico che non intendo avvalermi della delibera e rinuncio, con effetto immediato, ad ogni attribuzione e benefit connessi a questo status.
Cordiali saluti
Pier Ferdinando Casini

Anche la Camera si appresta a riconoscere le coppie gay. Ma senza passare da un voto parlamentare

(da Il Corriere della Sera) La Cassazione equipara le coppie gay a quelle eterosessuali, il tribunale di Reggio Emilia concede il ricongiungimento familiare a un omosessuale nato in Uruguay che aveva sposato in Spagna un cittadino italiano, la Camera dei Deputati, invece, resta ferma al palo. O almeno questo è quello che è successo fin ora . Ma la settimana prossima il vento delle novità potrebbe cominciare a soffiare anche nelle stanze di Montecitorio . Tra qualche giorno, infatti, si riunirà l' ufficio di presidenza per esaminare il « caso Concia ». E la decisione che verrà presa in quella sede potrebbe smuovere le acque della politica italiana. La storia è questa: quattro anni fa la deputata del Pd aveva chiesto di estendere l' assistenza sanitaria che le è dovuta in quanto parlamentare alla sua fidanzata, Ricarda Trautmann. Infatti il regolamento prevede che possano usufruire di questo servizio non solo i coniugi ma anche i conviventi. E' il caso , tanto per fare un esempio, del presidente Gianfranco Fini e della sua compagna Elisabetta Tulliani. Del resto, non sono pochi i parlamentari non sposati che però hanno una famiglia. Una volta compilati i documenti necessari, la deputata del Partito democratico attende l' esito della pratica. Passano i mesi, passano gli anni e Concia non riceve nessuna risposta alla richiesta da lei fatta. Ogni tanto si informa ma nessuno le dice niente. Anzi, peggio, un giorno un funzionario le suggerisce di lasciar perdere: «In questo momento sono tutti contro la casta, onorevole, non le conviene usufruire di questa prerogativa». La deputata del Pd non ci sta: «È una scusa, visto che, stranamente, vale solo per me che sono lesbica, e peraltro l' assistenza io la pagherei». Quando entra nelle stanze dell' ufficio di presidenza o in quelle del servizio che si occupa dell' assistenza sanitaria , la deputata si sente osservata: «Sgranano tutti gli occhi e mi guardano male». Arriviamo così allo scorso settembre. Di tempo ne è passato parecchio, Concia però è un tipo tosto e non demorde. Ad agosto si è unita civilmente con Ricarda in quel di Francoforte: porta i nuovi documenti alla Camera e ci riprova. Anc ora niente. «Non ho nemmeno il diritto di avere una risposta negativa», si lamenta lei. Quattro anni sono tanti, anzi, troppi. Il direttore del servizio che si occupa di queste questioni le spiega che non è colpa loro, tocca all' ufficio di presidenza trovare una soluzione, ciò che può fare lui è inviare una nota a quell' organismo. La vicenda arriva quindi sul tavolo di Fini, che prende a cuore la questione. Il presidente della Camera è convinto che non si possa lasciare la deputata del Pd appesa a una risposta che sembra non giungere mai. Ed è di ieri la notizia che l' ex leader di An ha riunito l' ufficio di presidenza per sottoporre ai suoi componenti la questione. In quella sede Fini tiene una relazione sul caso da cui si capisce che è favorevole a una soluzione positiva del problema.

Il Pd fa impennare lo spread. Il problema erano e sono loro, non Berlusconi

(da La Stampa) Il quadro preoccupante di un intero anno di recessione, fornito dal ministro dello sviluppo economico Passera al Parlamento, la giornata difficile in Borsa e lo spread dei titoli pubblici che torna a impennarsi, a parte le preoccupazioni che hanno generato, sono serviti a capire qual è il prezzo politico della paralisi imposta al governo Monti dopo l' avvio della riforma del mercato del lavoro e lo scontro sull' articolo 18. Pur avviata sulla strada del risanamento, l' Italia non può permettersi di dare segni di ripensamento sul percorso virtuoso imboccato quattro mesi fa. Le incombenze della campagna elettorale, che hanno spinto i partiti, e in particolare il Pd , a prendere le distanze dal governo proprio nell' ora delle scelte più difficili, non sono compatibili con il peso, ancora molto grave, della congiuntura economica determinata dalla crisi dell' euro. Dopo due esternazioni consecutive, Monti ieri ancora in viaggio ha taciuto. La sua polemica contro i partiti ha sollevato reazioni trattenute ma consistenti, e al rientro a Roma il premier dovrà affrontare una situazione molto difficile. I rapporti con Bersani e Camusso si sono molto raffreddati: il presidente del consiglio tuttavia considera grave soprattutto l' atteggiamento del leader del Pd . Mentre infatti Monti non s' era mai illuso (e non ne aveva fatto mistero) di poter arrivare a un' intesa con la Cgil, al contrario considera Bersani come uno dei contraenti del patto di governo, il cui programma prevedeva chiaramente fin dall' inizio l' intervento sui licenziamenti. Il passo indietro del Pd , o anche semplicemente la necessità, che ormai traspare, di rinviare l' iter parlamentare del disegno di legge del governo a dopo le amministrative, è inaccettabile per Monti . Che appena tornato a Roma proverà ad esaminare con i presidenti delle Camere la possibilità di accelerare il dibattito parlamentare e l' approvazione del provvedimento, se del caso ponendo la questione di fiducia , con la motivazione, appunto, che il Paese non può consentirsi né indugi né rallentamenti nella sua strategia anti -crisi. In attesa di ritrovarsi faccia a faccia con il premier, i segretari dei tre partiti di maggioranza contano di rivedersi prima di Pasqua in un nuovo vertice di maggioranza, per cercare di definire la materia delle riforme istituzionali e di quella elettorale tratteggiate nel loro incontro di due giorni fa. Ma a giudicare dalle reazioni che continuano a provenire dall' interno di Pd e Pd l, il compito si sta rivelando più arduo del previsto.

Trasparenza a convenienza. L'Antitrust rimprovera i ministri. Sconosciuti i redditi di un familiare su tre

(da La Repubblica) La pubblicità dei redditi, per il governo Monti, è ancora un´incompiuta. Perché se è vero che il premier e la sua squadra hanno presentato a metà febbraio, proprio a ridosso della scadenza dei termini previsti dalla legge, le proprie dichiarazioni patrimoniali, non altrettanto hanno fatto a tutt´oggi i loro parenti. Lo ha denunciato ieri, nel corso di un´audizione alla Camera, il presidente dell´ Antitrust Giovanni Pitruzzella: «Le dichiarazioni pervenute sono 173 su un totale di 247 familiari obbligati». Quasi il trenta per cento dei redditi richiesti, insomma, rimane oscuro. Per questa ragione, ha fatto sapere Pitruzzella, l´authority ha inviato note di sollecito ai familiari inadempienti. La legge prevede che siano depositate le situazioni patrimoniali di coniugi e parenti entro il secondo grado, allo scopo di verificare arricchimenti "sospetti" che potrebbero rivelare conflitti d´interessi di ministri e sottosegretari. Pitruzzella non ha rivelato chi manca ancora all´appello, ma si tratterebbe di congiunti di esponenti di governo non di primo piano. Di certo, il sito del governo non offre sotto questo punto di vista elementi confortanti. Il premier Mario Monti dà l´esempio, pubblicando oltre al proprio reddito (oltre un milione e mezzo di euro nel 2010) quello della moglie Elsa Altonioli, decisamente più basso: 20.894 euro. Non si sottrae alle comunicazioni sulla situazione patrimoniale della coniuge neppure il ministro per la coesione territoriale, Fabrizio Barca. Anche lui affianca al proprio reddito (160.484 euro l´anno scorso) quello della moglie, la portoricana Clarissa Borsford (24.004 euro). Per il resto, solo i sottosegretari Antonio Catricalà (presidenza) e Tullio Fanelli (Ambiente) fanno cenno sul web a redditi o proprietà dei congiunti. Non esattamente una prova di trasparenza a tutto tondo. Pitruzzella, nella sua relazione a Montecitorio, definisce «molto elevato» il numero delle situazioni di incompatibilità rimosse spontaneamente dai componenti del governo Monti o cessate su sollecitazione dell´authority. Le più rilevanti quelle dei ministri Profumo e Clini, che si sono dimessi in extremis dal Cnr e dall´Area science park. I casi di incompatibilità rimossi in fase preistruttoria sono stati 182, rispetto ai 120 del governo Berlusconi che pure vantava un numero di ministri superiore. Fenomeno che lo stesso presidente dell´ Antitrust attribuisce alla «particolare composizione dell´esecutivo in carica, fra i cui titolari non figurano membri del Parlamento». Ma Pitruzzella lancia l´allarme: «C´è ancora molto da fare per rendere la disciplina in materia di incompatibilità più efficace. La legge italiana rinuncia a prevenire la situazione di conflitto di interessi e lo affronta solo quando sorge, in modo assai complesso sotto il profilo dell´accertamento e del tutto inefficace sotto quello dell´enforcement».

Evasoritalia. Il nero in Italia equivale a 540 miliardi l'anno.Ecco perché non cresciamo

(da Il Giornale) Per l' Eurispes, il sommerso è il 35 per cento del Pil regolare. Allarme di Passera: «Siamo in piena recessione» Andrea Cuomo Antonio Signorini Roma Recessione almeno per un anno, mezza popolazione italiana alle prese con problemi dell' occupazione; l' unica cosa che sembra andare bene in Italia sono i conti pubblici, spiega Corrado Passera. Un' altra cosa che va bene- e questa volta l' Eurispes a spiegarlo- è il fatturato dell' economia sommersa, che pesa un quarto del Pil e serve agli italiani ad arrivare a fine mese, fuori dalle regole. Lo stato dell' economia italiana, quella in chiaro, è ai minimi. «Da tempo non cresciamo in modo adeguato e ora siamo nel pieno di una seconda recessione», che durerà «per tutto l' anno in corso»,ha spiegato il ministro dello Sviluppo. Tra gli intoppi che ostacolano i primi timidi segnali di ripresa, c' è la stretta sui prestiti da parte delle banche. Si è creato «un vero e proprio credit crunch», che il ministro dello Sviluppo, in una audizione parlamentare, descrive come un «super tema». Ma c' è di peggio.E Passera,unico ministro del governo Monti a frequentare i congressi dei sindacati senza timori di contestazioni, lo dice di fronte alla platea dell' Ugl: «La mia ansietà numero uno si chiama lavoro. Il disagio sociale per l' occupazione sta diventando più ampio. Se moltiplichiamo i 6/7 milioni di persone che hanno problemi di lavoro per il numero dei loro familiari, arriviamo forse alla metà della popolazione ». Compito del governo è «invertire questa tendenza ». Tra le ricette, «l' idea di presentare ogni 2-3 mesi un pacchettone che tocchi la vita delle famiglie ma soprattutto delle imprese e delle Pmi», le infrastrutture e un' accelerazione dei pagamenti della Pubblica amministrazione. Più in generale bisogna favorire la crescita,che è l' unico modo per fare riprendere quota all' occupazione. Appena un accenno alla riforma del lavoro della collega Elsa Fornero: un appello generico ad attuare le riforme e, soprattutto, un invito, rivolto ai sindacati, a lavorare insieme al governo, che sembra molto un ritorno alla concertazione o al dialogo: «Se convinciamo i mercati che vale la pena investire in Italia allora possiamo auspicare che un andamento tutto negativo possa cambiare. Tutto questo potrà accadere se lavoreremo insieme. È interesse comune fare queste cose tutti insieme ». Parole non molto diverse da quelle del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ieri ha chiesto «spirito unitario» dei sindacati e ha condannato la precarietà e le «forme inammissibili di sfruttamento» che colpiscono le giovani generazioni. L' altra faccia della crisi è quella dell' economia sommersa. Una fetta importante di Pil e di lavoro che sfugge alle statistiche e al fisco. Il fatturato della «Black spa» è di, 540 miliardi di euro, il 35 per cento del Pil regolare. Diecimila euro l' anno a persona, bambini compresi. 

Niente mare per i parlamentari. Quest'estate si lavora alle legge elettorale

(da Il Corriere della Sera) Il Pdl ribadisce che la nuova legge elettorale dovrà essere fatta di pari passo con le riforme costituzionali. E sul punto è chiaro anche il presidente del Senato Renato Schifani . Oltre ad assicurare come a Palazzo Madama si sia pronti a lavorare anche il «sabato, la domenica e l' estate » per raggiungere questo obiettivo, la seconda carica dello Stato mette in guardia i partiti: fare sul serio le riforme è un "must" perché è l' unico modo per «recuperare credibilità». Così, è l' appello di molti nella maggioranza, avanti tutta con le riforme («almeno la riduzione dei parlamentari»); con la modifica dei Regolamenti parlamentari (ieri un primo passo avanti è stato fatto in Giunta per il Regolamento della Camera e nel Pdl che riunisce deputati e senatori per accelerare al massimo i tempi di modifica delle norme in entrambi i rami del Parlamento) e con la legge elettorale . E poco importa che la riforma del "Porcellum" non sia la migliore possibile perché, come sottolinea il leader Udc Pier Ferdinando Casini, la politica è l' arte del compromesso. E dunque, visto che il modello proporzionale individuato da «ABC» martedì scorso può essere considerato «un punto di arrivo», lui lo ha accettato. «Chi dice che è uno schifo - incalza - vuol dire che vuole tenersi stretto il Porcellum e deve assumersi le sue responsabilità». Sulla stessa lunghezza d' onda il presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro. Anche lei avrebbe preferito altre soluzioni, ma ora l' importante è «spazzare via» la legge porcata, avverte, e chi parla di «inciuci» vuol mantenere «lo status quo e il Porcellum». In vista di martedì, quando il "pool" di tecnici coordinato dal responsabile Riforme del Pd Luciano Violante tornerà ad incontrarsi.

Sacrifici ad personam. La Camera taglia i benefit agli ex presidenti. Ma non a tutti

(da Il Corriere della Sera) Con una sforbiciata a zig-zag la Camera dei deputati ha tagliato i benefit agli ex presidenti di Montecitorio. Ma solo ad alcuni. Pier Ferdinando Casini, Fausto Bertinotti e Luciano Violante continueranno a godere per altri dieci anni di dotazioni come uffici, auto e segreterie. E anche Gianfranco Fini, il presidente in carica, quando terminerà il mandato avrà lo stesso trattamento. Nel 2013 invece dovranno dire addio ai «privilegi» a vita Pietro Ingrao e Irene Pivetti, che continueranno a beneficiarne solo fino al termine della legislatura. Eccezioni che l' Idv giudica «ad personam» e che hanno fatto infuriare la ex leghista che il 16 aprile 1994 divenne, a 31 anni e tra le polemiche, la più giovane presidentessa della storia. La Pivetti, la quale nelle settimane scorse aveva già dovuto trangugiare la rinuncia forzata al vitalizio, sfoga la sua rabbia contro la delibera: «Tagli forcaioli. Un assurdo paradosso che, per colpire la casta, finisce per colpire chi con la casta non c' entra nulla, come me o Ingrao, buttando per strada degli onesti lavoratori». Un cittadino qualunque potrebbe restarci male nel leggere una simile dichiarazione, la Pivetti lo sa e chiarisce: «Non si tratta delle mie tasche, io da quei benefit non prendo niente per me. Si tratta di licenziare qualche persona. Ma abbiamo l' idea che le persone, come nella Russia zarista, sono di proprietà del feudatario o abbiamo rispetto per i lavoratori?». Ed ecco la ratio dei risparmi decisi a maggioranza da Montecitorio. La delibera che ha spaccato l' Ufficio di presidenza dice che i benefici presidenziali restano attivi per dieci anni (e non più a vita) dalla data di cessazione dell' incarico. Con una deroga però, che riguarda anche l' attuale inquilino della Camera, Fini: gli onorevoli in carica, o che erano deputati nella precedente legislatura, schivano la mannaia e a partire dalla prossima legislatura godranno dei benefit per altri due lustri. Il provvedimento arriva dopo l' analoga delibera del Senato, ma questa volta in Ufficio di presidenza è stata battaglia. Antonio Leone, Maurizio Lupi e Gregorio Fontana del Pdl, Silvana Mura dell' Idv e Guido Dussin della Lega hanno votato contro, convinti che i sacrifici dovessero riguardare tutti gli ex presidenti e non solo alcuni.

giovedì 29 marzo 2012

Disgrazie tecniche. Sull'aumento delle accise il Governo rassicura:"è solo cautelativa"

(da Il Tempo) Il governo blinda un altro decreto legge, chiedendo al Parlamento di votare la tredicesima fiducia. Il testo sulle Semplificazioni e lo Sviluppo incasserà il via libera del Senato stamattina, per poi passare all' esame della Camera per la terza lettura e diventare legge prima di Pasqua. L' esecutivo prova anche a rassicurare gli italiani: non ci saranno, dice il ministro per la Funzione Pubblica Patroni Griffi, aumenti delle accise sulla benzina. «Si tratta - dice - di una copertura tecnica che preesiste al decreto legge». Il rischio di dover pagare di più il pieno in realtà esiste. Una delle poche modifiche al provvedimento approvate durante l' iter a Palazzo Madama riguarda infatti la cosiddetta " tassa sulle disgrazie ", vale a dire la possibilità, qualora non vengano individuate altre risorse, di finanziare il Fondo della protezione civile per le calamità naturali attraverso l' aumento dell' accise sui carburanti. Leggendo la norma, però, si capisce che l' incremento non peserebbe solo sui contribuenti delle Regioni colpite dagli eventi naturali ma su tutti gli italiani. Diversamente infatti la misura avrebbe contraddetto la Corte costituzionale che ha bocciato la parte della tassa sulla disgrazia di competenza regionale.

Orlando tedioso.E' giallo sul portavoce dell'Idv. Qualcuno mormora che appoggerà Costa

(da Il Corriere della Sera) Nel pasticcio delle elezioni palermitane, dopo la resa di Rita Borsellino, sconfitta ai gazebo e decisa a mollare la scena, s' affaccia perfino lo spettro del grande inciucio fra l' ultimo arrivato nella corsa a sindaco, Leoluca Orlando , e il candidato di Pdl e Udc, il giovane presidente del Coni Massimo Costa. Proprio nel Pd, fra quanti appoggiano l' ex idv Fabrizio Ferrandelli, c' è chi dà per certo l' aggancio dell'« Orlando furioso» con il trentenne schierato da un pezzo di centrodestra raccolto attorno ad Alfano e Cascio, Schifani e Micciché. «Vedrete, s' accordano per il ballottaggio», tuona Antonello Cracolici, presidente dei deputati Pd all' Assemblea regionale. Non mancano le smentite degli interessati, a cominciare da Orlando , ma voci e chiacchiere sovrastano una campagna elettorale che per sfondo ha una città dove la notte montagne di rifiuti diventano puzzolenti falò e di giorno le carte si mescolano con giocolieri pronti a irrompere e confondere. Come il rampollo di «don» Vito Ciancimino, lui, il vulcanico e per molti inaffidabile Massimo Ciancimino che, uscito dal carcere, con l' aria del professorino, dice addirittura di rivalutare suo padre «a confronto con i candidati di oggi», pronto a stupire: «Volevo votare per la Borsellino... Adesso c' è Orlando , scelgo lui e non ho difficoltà a dirlo. Rispetto agli altri ha una storia e un passato». Un abbraccio non richiesto, ma destinato a pompare i veleni mentre Gianfranco Micciché, il leader autonomista di Grande Sud, autocandidato alla presidenza della Regione, corregge il tiro: «Non esiste nessun accordo sotterraneo con Orlando , ma non posso negare che la sua candidatura ci favorisce...». Avanza così fra mercati e quartieri popolari come un carrarmato Orlando , mangiando pane e panelle, sorridendo alle massaie, rassicurando i disperati dell' Amia e di altre società gonfiate a dismisura come la Gesip. «Salvaci tu», gridano. E lui promette, appagato dal vecchio precario ignaro di riecheggiare il refrain di Ciancimino jr: «Gli altri sunnu pisciteddi (sono pesciolini)». Non se ne preoccupa Cracolici, grande sponsor di Ferrandelli con Giuseppe Lumia, l' ex presidente Antimafia, certo che Orlando conosca bene Massimo Costa dal primo vagito politico: «Fu il figlioccio dei berlusconiani a mandare dall' ex sindaco un certo Francesco Orlando , proprio un suo omonimo, per farlo candidare al consiglio comunale. Quello fu eletto e passò subito col centrodestra, alla Scilipoti, come spesso succede nei dintorni di Orlando »

Achtung, achtung. Buttiglionen è ipermerkelliano:"modello tedesco per tutto".

(da Avvenire) Grande coalizione, modello tedesco , nella legge elettorale come per il lavoro . Rocco Buttiglione vicepresidente della Camera e presidente dell' Udc, guarda notoriamente al sistema della Repubblica federale di Germania. E lo ripropone ora che si va al dunque nel dossier riforme. Anche per scongiurare il rischio che prevalgano i distinguo presenti nei due principali partiti. E si laceri la tela tessuta con pazienza dai centristi. Cosa replica a chi dice che volete tornare indietro dal bipolarismo? Che esso è solo un mezzo. Il fine è il buon governo, per fare le riforme che servono al bene dell' Italia . L' idea che scaturisca dalla legge elettorale è illusoria. Serve, dunque, un sistema flessibile che garantisca alternanze di governo, quando possibile. E grandi coalizioni, quando necessario. Ma per molti l' alternanza è tutto. Chi dice che sia l' unico sistema di buon governo dice il falso. Per verificarlo, basta fare una gita a Chiasso. La Svizzera ha una grande coalizione da non so più quanti anni e le pare governata male? E da noi? L' Italia affronta problemi così grossi che solo l' unità degli italiani permette di affrontarli. Cina, Brasile, India si riprendono il posto che a loro spetta nel mondo. C' è il rischio che la loro crescita accompagni il nostro declino. Non la prendiamo troppo larga? No, no. Servono scelte su scuola, università, ricerca scientifica, formazione professionale, investimenti su infrastrutture materiali e immateriali. Non può farle una coalizione normale. Lo abbiamo visto, ci hanno provato gli uni e gli altri, senza riuscirci. Quindi, per me ci vuole una grande coalizione. Facciamo una scommessa? Facciamola. In Germania nella prossima legislatura la avremo, perché è necessaria. E se questo vale per la Germania, tanto più per l' Italia . Ai cittadini, però, va ridata la facoltà di scegliere i propri rappresentanti. 

I «tecnici» di Pdl, Pd e Terzo polo danno il via libera alle modifiche della Costituzione.

Il premier è lontano dall’Italia, ma il presidente della Repubblica non smette di vigilare sulla salute del governo, e – ancora una volta – ne di­fende le scelte, certo di interpretare i sentimenti degli italiani. Giorgio Na­politano ha lo sguardo attento verso il Parlamento, dove si è cominciato a lavorare sulle riforme, comprese quel­le istituzionali e quella elettorale. Tem­pi lunghi e accordi complicati da rag­giungere, ma ancora una volta il capo dello Stato si spende perché in questa fase si salvaguardi la coesione socia­le.Napolitano auspica «che si attenda la presentazione in Parla­mento del ddl, quando sarà pronto tutti potranno prenderlo in esame e ri­cavarne le considerazioni che crede­ranno ». Ma ci sono pure altri inter­venti che 'premono': «Si stanno a­prendo – osserva il capo dello Stato – nuovi cantieri che prevedono riforme costituzionali, elettorali e regolamen­tari e mi auguro che soprattutto que­sto cantiere vada rapidamente avan­ti ». Un auspicio che trova riscontro a Ro­ma, dove il pool di esperti della mag­gioranza ha messo a punto un testo che verrà presentato a breve al Sena­to sulle riforme costituzionali. Lucia­no Violante (Pd), Gaetano Quaglia­riello (Pdl), Pino Pisicchio (Api) e Fer­dinando Adornato (Udc) di fatto va­rano la 'bozza Violante' come base della discussione. I problemi affiore­ranno invece sulla legge elettorale, su cui ci si è aggiornati, conferma lo stes­so ex presidente della Camera. Si la­vora a un sistema ispano-tedesco, che trova diverse resistenze anche all’in­terno dei partiti.

Divergenze radicali. I pannelliani democratici non ci stanno sulla legge elettorale:"è un pasticcio"


(da Il Corriere della Sera) «Una riforma pasticciata», se non «una sceneggiata per lasciare tutto com' è e votare con il Porcellum». Rita Bernardini, che segue un po' scoraggiata gli emendamenti radicali alla Camera («qui è tutto inutile»), non apprezza minimamente l' intesa tra i tre leader sulla riforma elettorale. Tantomeno la piroetta del Partito democratico , «che sosteneva il sistema francese». E che l' aria in casa radicale sia di battaglia, lo conferma anche il segretario dei Radicali italiani Mario Staderini, che non esita a definire « modello Cosa nostra», l' accordo Pdl-Udc-Pd, «baratto di regime, disperato tentativo di perpetuare un regime partitocratico e di consegnarlo al furbo Casini, neanche fosse un nuovo De Gasperi». Il futuro dei radicali , penalizzati come i piccoli partiti dallo sbarramento previsto dalla riforma (sia pure mitigato dal diritto di tribuna), è tutto da definirsi. Anche se la Bernardini non esclude una resipiscenza operosa del Pd, che «si renda finalmente conto di quanto il nostro rapporto sia prezioso anche per loro» e che quindi ospiti ancora la pattuglia radicale tra le file dei democratici . E mentre Marco Pannella annuncia il rinvio al 25 aprile della «Seconda marcia per l' amnistia, la giustizia e la libertà», resta confermato invece l' appuntamento di domani, dalle 9.30 a Palazzo Santa Chiara a Roma, con la seconda sessione dell' assemblea annuale della «Lega per l' uninominale», presieduta proprio dal leader radicale (insieme al giurista Fulco Lanchester e ad Antonio Martino). Staderini contesta l' ennesimo «monstrum» democratico che sarebbe edificato con la riforma: «Una restaurazione proporzionale che punta sui partiti e che spero non sia condivisa dal presidente Napolitano. Non è pensabile tenere fuori dal dibattito i cittadini. Che, peraltro, si sono espressi tre volte con referendum in 20 anni: per questo chiedo che la Rai organizzi tribune in prima serata, dove si confrontino i diversi modelli di legge elettorale». 

Lavoratori immigrati: cervelli da valorizzare

(Da Avvenire) In tempi di crisi è necessario coltivare un approccio globale ai problemi che assillano l’Italia e il resto del mondo. Martedì, l’Istat ha reso noto che sono oltre 3,5 milioni gli stranieri non comunitari regolarmente soggiornanti nel nostro Paese. Si tratta di un dato, risalente al 1 gennaio 2011, nelle cui pieghe è nascosta una realtà sulla quale vale la pena riflettere. Ogni anno, infatti, decine di migliaia di immigrati qualificati entrano in Italia per poi dedicarsi a mansioni ben lontane dal loro profilo educativo e professionale. Ecco che allora vi sono laureati in fisica che fanno i portieri, specialisti in materie tecniche impiegati come badanti; insomma un vero esercito di competenze che alimentano un fenomeno internazionalmente noto come brain waste, 'spreco di cervelli'.

Strane idee. Qualcuno pensa a Forza Monti

(da Libero) Il premier Mario Monti, nella sua visita in Asia, non passa giorno senza punzecchiare i partiti politici: "Il consenso ce l'ho io, e non loro". Il professore cita poi i sondaggi, li analizza, e insiste su quello spread tra il gradimento a lui riservato e quello che raccolgono i partiti. Il dubbio sorge spontaneo: dopo la parentesi tecnica, Monti cercherà l'avventura - ufficialmente - politica? Possibile, probabile. Tanto che un ex ministro del governo Prodi, citato da La Stampa, spiega: "Monti sembra lavorare per essere la vittima dei partiti cattivi e fondarne uno buono, nuovo". E la questione potrebbe diventare all'ordine del giorno subito dopo le elezioni amministrative, quando potrebbe nasere "Forza Monti". Segue l'articolo di Arnaldo Ferrari Nasi. Il sensibile calo di consensi che l’esecutivo Monti sta registrando nell’opinione pubblica, così come riportato da molti istituti, è fisiologico. Passati i primi mesi dall’insediamento è passata anche l’euforia degli italiani per la novità e oggi Monti si trova a lavorare in una fase che è propriamente politica.Se le misure economiche applicate nei primi 100 giorni sono state a buona ragione considerate bipartisan, proprio perché urgenti e d’emergenza, e dai più condivise, le scelte che oggi il governo sta affrontando vanno a colpire specifiche fasce sociali ed interessi. Fasce sociali ed interessi che, almeno in teoria, vengono tutelati dai partiti. Questi ultimi, quindi, sono ora legittimati a far sentire la propria voce. Accollarsi la colpa di aver fatto cadere Monti potrebbe essere veramente rischioso per un partito: nella successiva campagna elettorale gli si ritorcerebbe certo contro con grande vantaggio per gli avversari. Un rischio maggiore per il Terzo Polo o il Pdl. Per il Pd, invece, ci potrebbero essere anche delle opportunità: se il governo cade per la difesa dell’art. 18, l’argomentazione è così valida, per la sinistra, che tutta l’area potrebbe ricompattarsi e, con una destra divisa in tre, la vittoria sarebbe alla portata.In ogni caso, le minacce di crisi sono principalmente il segnale che i partiti stanno iniziando la loro riscossa: ripresisi dalla batosta dell’arrivo di Monti, vorrebbero tornare al loro posto di comando. 

Quelle strane vacanze degli uomini di Santoro con Ciancimino jr

(da Il Giornale) Tempi durissimi per i mafiologi di professione terrorizzati dal deposito delle centinaia di telefonate con Ciancimino jr da parte della procura di Caltanissetta che nel chiudere le indagini sulla strage di via D’Amelio ha rimarcato le frequentazioni di giornalisti di grido col figlio del sindaco mafioso di Palermo, che al telefono si divertiva a manovrarli con scoop e bufale. Tempi duri, dicevamo, perché il supertestimone del pm Antonio Ingroia «ridimensionato» dai pm nisseni, non perde occasione per tirare in ballo quei cronisti che volentieri, di questi tempi, eviterebbero pubblicità da parte sua. Alla trasmissione di Radio 24, la Zanzara, il gran conoscitore di verità nascoste, poi arrestato per aver taroccato uno scritto sullo 007 Gianni De Gennaro, se ne è uscito così. «Forse mi sono esposto troppo dal punto di vista mediatico, come Ingroia. Ho cavalcato troppo il personaggio, illudendomi che la presenza tv poteva darmi qualche credito. Questo ha avuto delle ripercussioni negative.È stato un errore, ho fatto un passo indietro». In questo delirio massmediatico, a forza di frequentare cronisti che per una sua rivelazione avrebbero fatto (e facevano) follie, ha trovato anche il tempo di una vacanza in compagnia di un giornalista coi baffi, storico collaboratore di Santoro: «Sì, ho fatto una vacanza con Sandro Ruotolo di Annozero. Un anno siamo stati insieme a Panarea. Sapevamo che andavamo entrambi lì, e abbiamo scelto di stare insieme. Con Ruotolo abbiamo le stesse passioni, la pesca, i gommoni e i labrador. Che male c’è?». Già, che male c’è visto che lo stesso Ruotolo, ai bei tempi, ebbe a definire così Massimuccio nostro: «Io Massimo Ciancimino ormai lo conosco abbastanza bene. Ci sono entrato in contatto all’indomani della sua prima intervista, l’ho visto parecchie volte, l’ho intervistato, è già venuto due volte ad Annozero. Sono convinto di quello che dico. Le sue dichiarazioni si accompagnano alle famose pezze d’appoggio.