(da Il Corriere della Sera) Quando pure il procuratore di Catania arrivato da Roma, il temuto Giovanni Salvi, aveva chiesto l' archiviazione dell' ipotesi di concorso esterno in associazione mafiosa contro Raffaele Lombardo e suo fratello Angelo, i sostenitori del contestato governo regionale puntellato da mezzo Pd pensavano di averla scampata. Ma un giudice deciso ad approfondire, il gip Luigi Barone, ha deciso che quel reato va contestato imponendo alla Procura della Repubblica di procedere alla cosiddetta «imputazione coatta». Un marchingegno spesso usato dalla macchina giudiziaria siciliana visto che così si sono aperti i processi al generale Mario Mori o all' ex ministro Saverio Romano. Ma stavolta il rischio di un eventuale rinvio a giudizio per mafia costringerebbe Lombardo alle dimissioni, o se non altro farebbe venire meno l' appoggio delle forze un tempo all' opposizione. Con la prospettiva di un terremoto politico pari allo tsunami che s' abbatté contro Totò Cuffaro e che, in virtù delle ultime revisioni statutarie, portò allo scioglimento dell' Assemblea regionale siciliana. Se cade il governatore direttamente eletto dal popolo, scatta il tutti a casa. Prospettiva che da ieri grava come una cappa soffocante su una Regione ancora con bilancio provvisorio. Ed è lo stesso Lombardo, pur rassicurato dai magistrati che ha in giunta come assessori, da Massimo Russo a Caterina Chinnici, a evitare ogni ambiguità, pronto al grande passo: «In caso di rinvio a giudizio mi dimetterò. Non sottoporrò la Regione alla guida di un presidente rinviato a giudizio. Né io posso sopportare le calunnie e le falsità dette da pentiti e da altre persone prive di attendibilità... ». Sarà una battaglia dura per il suo avvocato, Guido Ziccone, ex sindaco democristiano di Catania ed ex consigliere del Csm: «Non siamo davanti a una pronuncia definitiva. È una decisione che dovrà passare al vaglio di un giudice. Noi faremo valere con forza, determinazione e convinzione le nostre ragioni. Noi eravamo e siamo sereni perché certi delle nostre ragioni». La prima «ragione» è quella sbandierata da Lombardo davanti ai cronisti convocati a Palazzo d' Orleans, dopo le riunioni con disperati e precari che assediano una Palermo sudicia: «Non ho mai chiesto favori e voti ai mafiosi. Certo, non mi aspettavo questa ordinanza del gip ma sono sereno e rispettoso del lavoro dei magistrati». E a chi gli chiede tempi e modalità di dimissioni nella peggiore delle ipotesi, replica secco: «La peggiore delle ipotesi non esiste, quello che esiste è la verità. E io su questa vicenda scriverò un memoriale»

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