lunedì 30 aprile 2012

La Sharia vale come legge anche in Gran Bretagna: ribelliamoci!

(da Notizie.it). Domenica 22 aprile, la Gran Bretagna ha adottato ufficialmente la sharia, la legge islamica, come fonte del diritto civile per i cittadini musulmani che lo richiederanno. Ciò implica che le questioni inerenti alla famiglia (matrimonio, divorzio), in una parola i diritti delle donne saranno subordinati alla legge islamica. Le “corti islamiche” erano già attive in Inghilterra, dove ne esistono ben 85. Tuttavia alle loro decisioni non era riconosciuto valore legale: da ora l’avranno, per quanto riguarda questioni di diritto civile e dovranno essere applicate. Ha dunque preso il via in Gran Bretagna un sistema giuridico parallelo apposta per i musulmani che lo vorranno.

venerdì 27 aprile 2012

Tonino contro tutti. Il leader dell'Idv rompe l'asse con Grillo e lo accusa:"è uno che mira a sfasciare tutto"

(da Il Corriere della Sera) Un «vaffa» anche a Di Pietro. Beppe Grillo lo mette sul blog, perché si è sentito insultato dall´amico: «Le parole di Tonino mi lascianosbigottito. Spero sia stato un lapsus. Da lui, proprio da lui non me l´aspettavo». E online si scatena un putiferio di grillini, che apprezzano la reazione di Beppe e al leader di Idv mandano a dire cose del tipo: «... finché eri tu che appoggiavi me, eri una bravissima persona, ma ora che mi fai concorrenza...». E anche di più pesanti. Lo scontro si scatena dopo un´intervista di Di Pietro: Grillo, dice, «è uno che mira a sfasciare e basta, mentre io critico ma voglio costruire un´alternativa, lanciare un modello riformista e legalitario». Dopo, è un crescendo: le frasi dure sul blog di Grillo (accanto al cappio all´euro, moneta da cui «dobbiamo uscire, non possiamo permettercelo»); la replica di Di Pietro («L´amico Grillo è fuori luogo, non gli hanno riportato bene le mie frasi però noi di Idv andiamo oltre la protesta e facciamo proposte concrete»). Eppure i due erano tanto amici. Il "no Cav day" di piazza Navona nel 2008 li aveva visti insieme, anche se Grillo aveva fatto il suo show in collegamento telefonico, e Di Pietro poi aveva preso le distanze dagli insulti a Napolitano. Grillo ora è contro tutti. E tutti sono contro Grillo. Il suo "Movimento 5 Stelle" cresce continuamente nei sondaggi. Lui alza ancora il tiro contro Napolitano: «È un presidente anticostituzionale». (Di Pietro fa sapere che anche Idv aumenta i consensi, avendo sfiorato il 9,5%). Il 25 aprile il comico aveva detto tra l´altro che i partigiani, di fronte a tanto deserto, avrebbero forse imbracciato di nuovo le armi. Bersani s´indigna. «Grillo non si permetta di insultare Napolitano - avverte il segretario democratico - e non si azzardi a dire cosa farebbero i partigiani, che saprebbero cosa dire dell´Uomo Qualunque». Il capo dello Stato l´altroieri aveva fatto un riferimento al «demagogo di turno», citando proprio "l´Uomo Qualunque" di Guglielmo Giannini. Di Pietro infine esorta Grillo: «Voglio metterci l´uno contro l´altro, non cadere nel trabocchetto».

Allora è vero. La sinistra vuole silurare Monti. Ma è divisa tra interventisti e non belligeranti

(da Il Corriere della Sera) Molti erano convinti che fosse l' ennesima mossa mediatica del Cavaliere. Quell' insistere nel dire che il Pd voleva le elezioni a ottobre dava adito a qualche sospetto. Ma la storia vera è molto più semplice, anche se a tutta prima odora di fantapolitica. Le ultime mosse dei partiti, però, ci hanno abituato a questo e ad altro ancora e quello che fino a qualche tempo fa poteva sembrare assurdo è diventato normalità nello scacchiere immaginario di certi professionisti della politica. Insomma, per farla breve la storia è questa. Berlusconi, come del resto gli è già capitato altre volte persino in delicati vertici internazionali, non resiste alla tentazione di raccontare a compagni di partito o anche agli stessi giornalisti quello che gli è stato riferito in colloqui riservati e confidenziali. E proprio in una di queste conversazioni con un esponente più che autorevole del governo, all' ex presidente del Consiglio è stato detto che Massimo D' Alema ritiene che l' esecutivo Monti abbia esaurito la sua missione e che perciò non c' è nessun motivo per andare oltre ottobre prossimo perché il Paese ha bisogno di un governo politico. Berlusconi ha drizzato le orecchie e ha continuato ad ascoltare il resto del racconto. Il suo autorevole interlocutore gli ha spiegato che il presidente del Copasir va facendo questi discorsi un po' dovunque e per questo sono giunti a Palazzo Chigi, creando, com' era scontato, una grande fibrillazione. Il ragionamento di D' Alema, in sostanza, sarebbe questo: o si va alle elezioni inglobando Sel e alleandosi con l' Idv, oppure se si riesce a convincere Casini a fare una coalizione ci si tiene Nichi Vendola e si lascia per strada Antonio Di Pietro. È una voce, questa, che ormai rimbalza di corridoio in corridoio a Palazzo Montecitorio, tanto che sul nuovo sito Internet Il Retroscena , molto bene informato delle vicende del Pd, c' è una dichiarazione di Beppe Fioroni che suona così: «Se avessimo in tasca l' accordo con Casini e con Vendola che entra nelPd allora sarebbe una cosa. Ma non mi pare che ci sia aria, quindi lasciamo perdere». Già, il responsabile del Welfare del Partito democratico è, con Enrico Letta e Paolo Gentiloni, uno dei sostenitori delle elezioni a scadenza naturale. Per il vicesegretario le elezioni anticipate sarebbero una «follia», per Gentiloni «un suicidio». Ma il Pd, tanto per cambiare, è diviso. 

Il Cav. torna in auge. Vede Pisanu e rilancia sulla legge elettorale.

(da Il Sole 24 Ore)Tutti sono proiettati sul dopo. Si attende il passaggio delle amministrative. Non tanto per il risultato, stavolta abbastanza scontato, quanto per lanciare la campagna d' autunno. L' uscita di Berlusconi su possibili elezioni a ottobre, ma soprattutto l' aut aut lanciato dal Pdl al governo sulla riforma del mercato del lavoro («Se il ddl non cambia non lo votiamo», ha ribadito il capogruppo al Senato Gasparri) segnala la difficoltà e l' insofferenza del principale gruppo di maggioranza il cui elettorato (almeno il 70%) è contrario a mantenere l' appoggio all' esecutivo. Il Cavaliere però ha detto e ripetuto in pubblico e in privato che non si assumerà la responsabilità di portare il Paese a elezioni anticipate. Di qui al 2013 tuttavia «non possiamo rimanere fermi». Ecco allora il lancio del nuovo partito per il quale è già cominciato il toto nome (da Fratelli d' Italia a Italia libera), ma soprattutto l' attenzione a quanti si muovono sul cosiddetto fronte moderato. Ieri Berlusconi, assieme ad Angelino Alfano, ha incontrato il senatore Giuseppe Pisanu, che assieme ad altri 28 parlamentari ha sottoscritto un documento in cui si chiede di andare «oltre il Pdl». L' ex premier si è mostrato comprensivo nei confronti del gruppo dei «dissidenti», sottolineando che il suo «sogno» è sempre stato quello di creare un fronte unito dei moderati. Un obiettivo che al momento non è tuttavia a portata di mano. «Casini si tiene a distanza...», ha sostenuto Berlusconi convinto che a questo punto sia indispensabile «accelerare» sulla riforma della legge elettorale. E il modello che continua a convincere di più l' ex premier è il sistema tedesco, un proporzionale con sbarramento. Una scelta che di fatto lascia aperte più possibilità anche qualora dalle urne il Pdl uscisse fortemente ridimensionato. Questa è la posizione manifestata da Berlusconi e Alfano nel corso dell' incontro con Pisanu.

Retromarcia blu. Il governo torna sui suoi passi. Nessun rinnovo del parco auto della P.A.

(da Il Messaggero) Il vastissimo parco delle autoblu - forse il più inviso simbolo dei privilegi della casta - sembrava dovesse aumentare di 400 unità per il costo di 10 milioni di euro. Prevedibile, quindi, lo scatenarsi avvenuto sul Web della legione dei twitter avversa a certi costi della politica. Alla luce della protesta, accompagnata dalle interrogazioni parlamentari dell' Italia dei valori, il governo si è affrettato a precisare ufficialmente che il bando di gara affidato alla Consip (società del ministero dell' Economia per la gestione del programma degli acquisti nella Pubblica amministrazione) «non determina automaticamente l' acquisto di nuove autovetture». Si tratterebbe infatti, secondo quanto afferma una nota di palazzo Chigi, «soltanto di un accordo quadro che può essere utilizzato dalle pubbliche amministrazioni per soddisfare le necessità di spostamento sul territorio». A cui far fronte con l' acquisto di berline di cilindrata non superiore ai 1.600 di cilindrata fino a un numero massimo di 400. Di qui la precisazione che «il governo nonacquisterà nuove autoblu nel 2012 e auspica, per le amministrazioni territoriali, l' adozione di un' analoga impostazione».Tranquillizzata, almeno in parte, l' opinione pubblica sul fronte degli acquisti di autoblu, è però spuntato sul sito del ministero dell' Economia un bando, datato 18 aprile, per il noleggio a lungo termine di «autoveicoli senza conducente, dei servizi connessi e di quelli a pagamento per le Pubbliche amministrazioni». Operazione, questa, del valore di oltre 84 milioni di euro, divisi in cinque lotti per un totale di 4.350 autoveicoli, divisi tra mezzi e berline ad alimentazione tradizionale ed elettrica e veicoli commerciali a metano e Gpl. Il tutto secondo le procedure del noleggio e del leasing, che sembra essere l' indirizzo su cui la Pubblica amministrazione punta per il rinnovamento del parco blu. In questo senso vanno le dichiarazioni del sottosegretario all' Economia Gianfranco Polillo, intervenuto alla Camera al termine della discussione sul Documento economico finanziario, il quale ha reso noto che al ministero di via XX settembre «è stata effettuata da tempo la scelta di utilizzare solo auto in leasing o auto della Finanza che fanno parte del ministero stesso». Quanto al bando delle 400 autovetture, Polillo ha detto che tale numero è stato fatto «solo per dare la possibilità di avere una gara», dal momento che «era necessario valutare quello che sarà il fabbisogno del ricambio di auto nei prossimi anni».

Non solo giovani. Anche i pensionati arrancano. Metà di loro sono nella generazione "nimileuristas"

(da Il Corriere della Sera) In Italia ci sono 16,7 milioni di pensionati e percepiscono in media un assegno annuo lordo di 15.471 euro. Di questi il 31%, vale a dire oltre 5 milioni di persone, ha una pensione tra i 500 e i mille euro al mese, quasi due milioni e mezzo di persone hanno un assegno inferiore a 500 euro almese: così quasi metà dei pensionati, il 45,4%, riceve meno di mille euro. Sul numero di pensioni erogate, 1,5 milioni sono quelle di invalidità, 2,6 milioni quelle di invalidità civile e 800 mila le sociali. Il dato seguente è in lieve miglioramento rispetto al passato ma colpisce lo stesso: in Italia ogni 100 occupati ci sono 71 pensionati.
Questa è la fotografia del mondo previdenziale scattata dall' Istat nel 2010, dove si evidenzia che l' importo complessivo erogato ha superato i 258 miliardi di euro (il 16,64% del Pil) l' 1,9% in più dell' anno precedente, una cifra leggermente superiore all' inflazione che dueanni fa era dell' 1,5%. Il totale delle pensioni erogate invece, comprese cioè quelle delle persone che ricevono più assegni, ammonta a 23,8 milioni. Quasi metà (il 47,9%) delle pensioni è erogata al Nord, al Centro il 20,5% e al Sud il 31,6%. Differenze territoriali, rileva ancora l' Istat, si rilevano anche con riferimento agli importi medi delle pensioni che risultano più elevati nelle regioni settentrionali e in quelle centrali, rispettivamente del 6% e del 4,6% rispetto alla media nazionale, e più contenuti nelle regioni del Mezzogiorno, dove il valore medio è pari all' 87,9% del nazionale. Nel calcolo complessivo lepensioni di vecchiaia (cioè oltre i 65 anni di età) assorbono il 71% della spesa complessiva, quelle dei superstiti il 14,9% e quelle di invalidità il 4,5%. Le anzianità (cioè ottenute con 35-40 anni di contributi, mediamente sotto i 60 anni) ed abolite dalla riforma Fornero non emergono dalla classifica Istat, essendo un valore di competenza Inps. Il quadro dipinto da queste cifre, non dissimile nella sua struttura da quello degli anni precedenti, si presta a diverse considerazioni nel giorno in cui si comincia a parlare di crescita e sviluppo.

Fascismo e libertà. Fini lo ha bollato come male assoluto. Ma per i suoi non è così

(da Il Giornale) Una denuncia alla Procura della Repubblica di Trieste è l' ultimo episodio della «guerra» fra gli ex An. Roberto Menia, coordinatore nazionale di Fli, già sottosegretario del governo Berlusconi, vicino a Gianfranco Fini, che ha bollato il fascismo come male assoluto, denuncia la «sottrazione indebita» di archivi del Msi, cimeli del ventennio, della seconda guerra mondiale, compreso un busto bronzeo del duce. Il tutto era conservato nel cosiddetto «sacrario»,che è stato tramandato nel tempo dal Movimento sociale all' ultima sede di Alleanza nazionale a Trieste, oggi chiusa e contestata. Menia rivendica il sacrario come patrimonio comune della destra locale di cui ha fatto parte. Tutto ha inizio nel novembre scorso, quando Piero Tononi, vice coordinatore provinciale del Pdl, si accorge che qualche pezzo del sacrario è sparito. Si tratta di una fetta di storia del Novecento con le foto di 200 caduti giuliani non solo della seconda guerra mondiale, la lista di 4mila dispersi e addirittura una cassa in legno con le ossa di infoibati. Fra i cimeli del ventennio spicca il drappo nero con fascio littorio che servì da addobbo per il discorso di Mussolini a Trieste nel 1938, in cui annunciò le scellerate leggi razziali. Non mancano i labari dal Partito fascista ad oggi, la lista degli iscritti fino ad An e altri ricordi della destra triestina. Nel 2012 gran parte di questo materiale è più adatto ad un museo, che ad una ex sede parte del patrimonio conteso di An. Tononi, che sostiene di aver pagato negli ultimi tempi le bollette di tasca sua, inventaria i beni del sacrario e mette «in sicurezza il materiale apparentemente di maggior valore storico-archivistico». Una parte la consegna in comodato alla «Fondazione Carlo Alfredo Panzarasa», che gestisce a Trieste un museo sulla storia della Repubblica sociale. Per motivi di spazio altri cimeli vengono sigillati in scatoloni e depositati in un magazzino. Tononi dichiara che il tutto non solo rimane a disposizione, in qualsiasi momento, della Fondazione che gestisce i beni di An, ma che ha il beneplacito del suo presidente, il senatore Franco Mugnai, che firma il comodato e scrive allo stesso Tononi: «Non posso che ringraziarti per l' opportuna iniziativa in attesa che la Fondazione decida definitivamente quale soluzione adottare».

Finalmente primavera. Ora il Pdl sbatte i pugni. La durata del Governo? Dipende dalle misure per la crescita

(da La Stampa) Ieri Senato e Camera hanno approvano il documento di economia e finanza del governo Cinque pagine firmate in calce dai tre capigruppo della maggioranza, al Senato come alla Camera. Una lunga risoluzione il cui senso è in una frase: «Da questo momento in avanti la priorità dell' azione del governo e del parlamento non può essere che la crescita dell' economia nazionale, da perseguire con assoluta determinazione sia a livello interno che dell' Unione europea». Nelle ore in cui Monti da Bruxelles lancia l' offensiva europea, Camera e Senato approvano un documento che cambia il segno politico del documento di economia e finanza. «La coincidenza non è casuale», ammette uno degli estensori. Di qui a dieci giorni la Francia decide del suo futuro, ma da quel voto passa anche il destino delle scelte europee. La risoluzione votata a larga maggioranza da Camera e Senato è un segnale all' Europa, alla Germania di Angela Merkel, ma anche un messaggio allo stesso governo. Ciascuna delle anime della maggioranza ABC può vederci quel che trova più utile: «Il decollo di una nuova fase della politica economica del governo è anche una delle condizioni per la sua durata», avverte il numero uno dei deputati Pdl Cicchitto. Ieri mattina i contatti per mettere a punto il testo definitivo della risoluzione sono stati fitti. La maggioranza avrebbe voluto un' indicazione precisa di quanto destinare alla crescita (si parlava di 8-9 miliardi), il Tesoro ha chiesto di soprassedere per evitare di mandare messaggi ambigui ai mercati: una formulazione specifica avrebbe significato di fatto chiedere di sforare dagli obiettivi di rigore fissati in Europa. Una scelta pericolosa, alla luce di un documento che già - seppur per qualche decimale rinvia di un anno la previsione del deficit zero. Il testo si limita a chiedere «di valutare la possibilità di utilizzare le risorse, eccedenti rispetto all' obiettivo del pareggio del bilancio» a sostegno «degli obiettivi della strategia 2020». Ma quelle risorse - e questa è una novità rilevante tanto a destra quanto a sinistra - si chiede di trovarle non solo dall'«azione di contrasto all' evasione ed elusione fiscale», ma anche da una riduzione di spesa pubblica. Dalla «introduzione dei costi standard nella sanità», dall' avvio di una «sistematica attività di revisione della spesa pubblica» (la famigerata «spending review»), dall'«avvio di un percorso volto all' abbattimento della spesa pubblica». 

I bugiardi della Tav. Un'opera 'inutile' che poterà vantaggi per 12 miliardi di euro

(da La Stampa)Conseguenze occupazionali: lo studio stima 1850 occupati, 5800 con l' indotto, 420 posti di lavoro permanenti Ci sono due numeri che, meglio di altri, giustificano per il ministro delle Infrastrutture, Corrado Passera, «il via libera del governo ad un' accelerazione della Torino-Lione». Il primo (200 milioni) è relativo al bilancio economico finale (redditività meno costi) e dimostra come «l' opera trova una sua giustificazione economica nel sostanziale pareggio tra i costi di costruzione (24,7 miliardi per i 270 chilometri della linea che diventano 8,2 nel progetto low cost, ndr) e gestione e i benefici trasportistici derivanti dalla nuova linea». Il secondo «dimostra che l' opera genera anche un consistente flusso di benefici netti per la riduzione dei danni ambientali (effetto serra, inquinamento, incidenti)». Secondo l' analisi costi-benefici, presentata ieri a Roma dal presidente dell' Osservatorio Mario Virano, la somma di questi due numeri mette in evidenza come la Tav si porterà dietro vantaggi complessivi per «12 miliardi nel corso di 50 anni, anche se l' effettiva vita utile dell' opera è di almeno il doppio». Il decennio perduto L' analisi costi-benefici è stata rivista alla luce della crisi economica iniziata nel 2008 e formula le previsioni sulla base dello scenario del «decennio perduto», giudicato il più realistico: teorizza una ripresa dell' economia europea che progressivamente si riporterà sui tassi di crescita pre-crisi ma con un ritardo di circa 10 anni. Merci e passeggeri Secondo Virano l' attuale ferrovia non è «in grado di intercettare la domanda esistente: è antieconomica e commercialmente fuori mercato per carenze oggettive e non emendabili nella sua tratta alpina». E Passera aggiunge: «Oggi è un punto di debolezza per il Paese». La Tav permetterebbe di drenare una parte consistente del traffico merci che interesserà l' arco alpino occidentale nei prossimi 20-30 anni: circa 40 milioni di tonnellate nel 2035, pari al 44% del totale dei transiti in volume previsti sul corridoio. Questo spostamento su rotaia elimina 700 mila mezzi pesanti. Per i passeggeri le stime indicano un aumento di 1,8 milioni. A regime: tempi di percorrenza dimezzati e capacità di trasporto raddoppiate.

A volte ritornano. Gli Usa strigliano l'Europa. Dovete fare di piu' per la crescita

(da La Stampa) L' Europa deve fare ancora molto per risolvere i suoi problemi finanziari, ma ha i mezzi per riuscirci». Questa esortazione diretta, quasi una strigliata, viene da Alan Krueger, presidente del Council of Economic Advisers della Casa Bianca. La lancia alla fine di una tavola rotonda organizzata dalla Columbia University, per presentare il nuovo Center on Global Economic Governance, da cui esce un appello unanime affinché il Vecchio Continente passi dalla via dell' austerità seguita finora, ad un impegno più deciso per favorire liquidità e crescita. Krueger, alla sua prima uscita ufficiale a New York, è venuto a parlare dei programmi del presidente Obama per risolvere la crisi occupazionale che sta affossando la classe media. Ricorda che il problema era esploso prima dell' arrivo della sua amministrazione, con 5 milioni di posti persi nel 2008, e 4 dopo il giuramento del nuovo capo della Casa Bianca. Una crisi strutturale, cominciata nel 2000. Dice che «iniziamo a vedere un cammino per invertire la tendenza», perché il settore privato ha creato lavoro per 25 mesi consecutivi, assumendo 4,1 milioni di persone. La strategia per costruire su questi risultati, ancora insufficienti, si basa su due pilastri: difesa, come quella che ha salvato aziende tipo Chrysler e General Motors, e attacco. L' offensiva punta a rafforzare il settore manifatturiero, offrendo agevolazioni fiscali e combattendo i concorrenti sleali come la Cina. La Casa Bianca nota che è in corso un fenomeno chiamato "reshoring": le aziende americane tornano a operare negli Usa, perché la produttività è più alta e i costi del lavoro stanno salendo velocemente anche in Cina. 

Impazza il toto nome per il dopo Pdl. Ora spunta 'Fratelli d'Italia'

(da Il Messaggero) Il simbolo del Pdl non trova pace. Da quando Silvio Berlusconi ha promesso di cambiare nome perché ormai privo di appeal, si sprecano le voci sul nuovo marchio di fabbrica del futuro soggetto politico del centrodesta, cui starebbe lavorando in gran segreto il Cavaliere insieme ad Angelino Alfano. C' è chi giura di aver già visto alcuni bozzetti che resteranno riservati e salteranno fuori solo al momento opportuno (la pratica è nelle mani degli esperti dello studio guidato da Gianni Comolli, il grafico di fiducia dell' ex premier). Ieri è spuntata l' ipotesi di chiamare il nuovo soggetti Fratelli d' Italia, lanciata dal segretario del Pdl Trentino, Giorgio Leonardi: l' idea, in realtà, sarebbe dell' azzurra Michaela Biancofiore che già avrebbe registrato il nome presso un notaio. Biancofiore avrebbe informato Berlusconi della sua iniziativa. Si tratta, comunque, di un' ipotesi, assicurano dalle parti di via dell' Umiltà. Di sicuro, raccontano, è stata scartata la parola «partito» e Berlusconi vorrebbe assolutamente coniugare la parola «popolo» con «Italia». Per questo, nei giorni scorsi lo slogan Tutti per l' Italia ha fatto pensare a una soluzione possibile. Anche Ignazio La Russa ha voluto dare il suo contributo: «Come chiamerei il nuovo Pdl? Lo chiamerei Italia Forza Nazionale, con la parola Italia come concetto principale».

Pranzo al Colle. Il Cav. sale da Napolitano. Chiederà garanzie crescita e tasse

(da Il Giornale) L' incontro è in agenda per oggi, quando Silvio Berlusconi è atteso al Quirinale per un pranzo con Giorgio Napolitano e per un giro d' orizzonte sullo stato dell' arte dopo cinque mesi di governo Monti. La sofferenza non solo dell' esecutivo ma anche dei partiti che lo sostengono è infatti palpabile e il capo dello Stato inizia a essere preoccupato non poco per la tenuta stessa della «strana» maggioranza che sostiene il governo. Non è un mistero, infatti, non solo che il gradimento del premier sia in caduta libera ma anche che il Popolo della libertà stia pagando non poco l' appoggio a Monti. Secondo gli ultimi sondaggi di Euromedia arrivati qualche giorno fa a Palazzo Grazioli, infatti, il 70 per cento degli elettori del Pdl esprime un pare negativo o comunque critico verso il governo. Un «conto salatissimo », spiega un ex ministro del Pdl molto vicino al Cavaliere, che «pagheremo in termini di voti già alle amministrative di maggio». E in effetti i segnali non sono proprio buoni se persino a Monza il candidato sindaco del Pdl Andrea Mandelli è sotto di sette punti (28% contro 35%) rispetto al candidato del centrosinistra Roberto Scanagatti, con la quasi certezza che al ballottaggio le sorti della sfida saranno nelle mani della Lega visto che il sindaco uscente Marco Mariani è dato al 20%. Napolitano- le cui posizioni su un eventuale voto anticipato sono arcinote - è insomma alla ricerca di «rassicurazioni». E forse vuole anche tranquillizzare il Cavaliere sul fatto che il Pd non tenterà la via del voto a ottobre come Berlusconi ha detto qualche giorno fa durante un incontro a porte chiuse con i coordinatori regionali del Pdl. Detto questo, è chiaro che sul tavolo del faccia a faccia ci sarà anche e soprattutto la politica economica del governo, visto che il Pdl è da settimane che chiede un maggior impegno sulla crescita e una rimodulazione di una pressione fiscale che nel 2013 sfiorerà il 45%. Insomma, o su questo punto il governo inizia a mettere in cantiere interventi seri oppure il sostegno a Monti sarà sempre più difficile.

I partiti spaventano Monti. Che a Bruxelles chiede misure per la crescita ma non sa da dove partire

(da Repubblica) Mentre il Parlamento approvava una risoluzione sul Def tutta incentrata sulla necessità di dare massima priorità alla crescita economica, Mario Monti è venuto ieri a Bruxelles per insistere sullo stesso tema. Il presidente del Consiglio, intervenendo allo European Business summit, ha anche voluto lanciare qualche segnale sulle piste che l´Europa potrebbe seguire per cercare un compromesso su un tema che divide profondamente i politici e l´opinione pubblica.
La questione infatti non è semplice. Se il presidente della Bce Mario Draghi ha lanciato al Parlamento europeo l´idea di un «patto per la crescita», se tutti, dalla Merkel a Barroso, da Hollande a Sarkozy, affermano che la crescita economica è ormai una priorità assoluta, sui modi per stimolarla le opinioni divergono. Mentre Draghi e Merkel insistono sulle riforme strutturali e le liberalizzazioni per aumentare la competitività del sistema Europa senza intaccare le manovre di risanamento dei conti pubblici in corso, molti politici chiedono, in modo più o meno velato, che si torni ad una strategia di deficit spending per alimentare la domanda interna. Ieri Monti ha cercato di abbozzare una terza via, di cui sta discutendo con il governo tedesco, pur avvertendo che «non è ancora il momento per ricette specifiche». «Dobbiamo lavorare molto velocemente per avere la crescita senza che questo sia in contrasto con il buon lavoro sulla disciplina fiscale fatto inizialmente su impulso della Germania», ha spiegato il presidente del Consiglio avvertendo che «il tema della crescita è visto come necessario e prioritario anche da Paesi che finora vi insistevano meno di noi». Secondo Monti, la via maestra è delle riforme strutturali, come quella avviata in Italia sul mercato del lavoro, evitando «politiche effimere, le illusioni delle scorciatoie verso la crescita, come le vecchie politiche keynesiane che andrebbero contro il Fiscal Compact e non produrrebbero benefici per le nostre economie». Tuttavia «le riforme strutturali da sole, senza domanda, non producono crescita»

giovedì 26 aprile 2012

Quanto è bello essere italiani. Spagnoli e irlandesi guadagnano più di noi. Giu' i salari, sempre più su le tasse

(da Il Corriere della Sera) I salari degli italiani scivolano ancora più in fondo nella classifica stilata dall' Ocse, l' organizzazione parigina che raggruppa i paesi più industrializzati. Eravamo al ventiduesimo posto, ora siamo al ventitreesimo su 34 paesi membri. E non c' è bisogno di guardare le buste paga dei tedeschi per capire che il lavoratore italiano in media è malpagato. Anche i cittadini degli altri paesi alle prese con la crisi dei debiti sovrani stanno meglio di noi: guadagnano di più in Irlanda e anche in
Spagna. Caso a parte la Grecia, dove nel 2011 c' è stato un taglio secco del 25,3% degli stipendi. Tutta colpa del cuneo fiscale? In parte sicuramente sì, ma non solo. Sempre l' Ocse nel suo rapporto "Taxing wages 2011" ci fa sapere che il peso delle tasse in busta paga è aumentato dello 0,4%, arrivando alla bellezza del 47,6% (circa il 24% è a carico dei datori di lavoro). Come dire: poco meno della metà del nostro stipendio va via in tasse e contributi sociali. Eppure, nonostante l' incremento, siamo scesi di un gradino: dal quinto al sesto posto. Ci ha sorpassato l' Ungheria che in un solo colpo ha conquistato il podio piazzandosi al terzo posto. In quel di Budapest tasse e contributi in busta paga si mangiano il 49,4% dello stipendio. Al primo posto c' è il Belgio, che supera abbondantemente la metà (55,5%), seguito dalla Germania (49,8%). Dopo l' Ungheria c' è la Francia (49,4%), poi c' è l' Austria e al sesto posto l' Italia. La media Ocse è al 35,3%. Come si vede ci sono paesi dove le tasse in busta paga sono più alte rispetto all' Italia, ma il salario netto che arriva in tasca al lavoratore resta comunque molto più consistente rispetto a quanto accade a un italiano.

Il vuoto di Angela. Liquidato Sarkò, ora la Merkel si accorge dell'Italia. Siamo la sua ruota di scorta

(da Il Corriere della Sera Attorno le si è creato il vuoto, ma Angela Merkel non molla e, consultata la rubrica, ha ritenuto ovvio chiamare a Berlino i consulenti del primo ministro europeo più tedesco di qualche tedesco: Mario Monti. E così nella capitale della grande Germania, che impone rigore all' Europa e che arriva a pagare interessi negativi sul suo debito, sono giunti in settimana i «consigli» del governo italiano, illustrati dal ministro per gli Affari Europei Enzo Moavero.
Obiettivo, preparare il Consiglio Europeo di giugno che dovrà suonare una musica un po' diversa da quella che ha fatto da sottofondo a tutti gli incontri a Ventisette degli ultimi mesi.Nei palazzi della Commissione la sconfitta di Sarkozy al secondo turno viene data quasi per certa e comunque, si racconta, «i tedeschi si preparano al peggio». Dopo il voto francese, la caduta del governo olandese, le proteste a Praga e Lubiana, montano le perplessità sulla linea del «rigore ad ogni costo» della Cancelliera. Qualche segnale di insofferenza si coglie anche a Berlino dove gli industriali hanno spedito alla Merkel una lettera nella quale bollano come «inefficaci» le misure d' austerity che hanno comunque fatto aumentare il debito pubblico tedesco e frenato le esportazioni. La Merkel però non molla e guarda anche lei alle elezioni del 2013. Un anno è però lungo da passare e la minacciosa promessa fatta da Hollande di non sottoscrivere il «fiscal compact» ha allarmato allo stesso modo sia Berlino che Roma.«Fiscal compact» e «six-pack» rappresentano i nuovi pilastri di una Unione dove i paesi rinunciano alla sovranità nazionale sulle politiche di spesa. Mettere in discussione quei trattati, non facendoli sottoscrivere al parlamento francese nella versione attuale, significa per Berlino il fallimento della linea tenuta sinora a Bruxelles e per Monti togliere agli sforzi italiani quella credibilità che solo la disciplina euro-tedesca è riuscita ad infondere.

Lavitola è bella a Poggioreale. L'ex direttore dell'Avanti si siede davanti ai Pm di Napoli e parla per dieci ore

(da Il Corriere della Sera) Oltre dieci ore di deposizione e per di più in un giorno festivo. Potrebbero bastare anche solo questi due elementi a far intendere quanto fosse ritenuto importante dai magistratinapoletani ascoltare Valter Lavitola nel primo interrogatorio investigativo - dopo quello di garanzia dei giorni scorsi alla presenza del gip che ha emesso l' ordinanza di custodia cautelare - e quanto, da parte sua, l' ex direttore-editore dell' Avanti abbia da dire ai
pubblici ministeri Francesco Curcio, Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock che, con il procuratore aggiunto Francesco Greco, indagano su di lui. Lavitola, assistito dall' avvocato Gaetano Balice, conferma la scelta di rispondere alle domande degli investigatori e fornire la sua versione dei fatti, espressa già nel corso del primo incontro avuto con i pm (e il gip) nel carcere di Poggioreale, quando volle anche sottolineare che era sua intenzione soffermarsi particolarmente sulle questioni legate a Finmeccanica, che rappresentano uno dei due principali filoni della vicenda giudiziaria che lo coinvolge (l' altro riguarda i finanziamenti pubblici ottenuti dall' Avanti , vicenda per la quale è stata anche chiesta al Senato l' autorizzazione all' arresto dell' esponente del Pdl Sergio De Gregorio). Sono molteplici le operazioni legate a Finmeccanica in questo momento al centro di indagini della Procura di Napoli.

Che Granata in casa Fli. A Palermo son già spaccati. Misunderstending tra il falco finiano e Lo Presti

(da Il Tempo) Polemica a distanza in casa Fli tra due finiani di ferro: da un lato Nino Lo Presti e dall' altro Fabio Granata. Ad accendere la miccia è stato martedì Granata che, intervistato, ha sostenuto: «Noi siamo incompatibili con le logiche del vecchio centrodestra. A Palermo se ci dovesse essere un ballottaggio tra Costa e Orlando, voterei senza dubbio per Orlando». Parole che hanno messo in subbuglio il partito, di tutt' altro parere. E ieri Lo Presti ha replicato su Twitter: «Ballottaggio: Granata appoggerà Orlando? Pessimista e riduttivo. Futuro e libertà porterà Aricò al ballottaggio e ne vedremo delle belle». Lui stesso, dopotutto è capolista per un posto al Consiglio comunale alle amministrative del 6 e 7 maggio. In casa Fli c' è chi comunque spiega sottovoce che non è certo Granata a decidere la linea del partito in caso di ballottaggio. Ma come dice Lo Presti, di sicuro «Ne vedremo delle belle».

Come il Pd. L'antiberlusconismo colpisce anche Casini. Il Cav. le ha provate tutte, ma per Pierferdy è un fatto personale

(da Il Giornale) Ci sarà pure una ragione se gli ultimi sondaggi arrivati sulla scrivania del Cavaliere a Palazzo Grazioli registrano un crollo verticale nel gradimento del governo Monti. Uno scivolone, secondo l' Osservatorio di Euromedia, di quasi 20 punti percentuali in poco più di cinque mesi: da qualcosa sopra al 65% a un misero 45. Una «caduta libera» dovuta soprattutto ai ripetuti interventi sulle tasche degli italiani, dall' aumento delle bollette e della benzina fino ad arrivare all' Imu. E che preoccupa un Silvio Berlusconi sempre più convinto che il Pd sia tentato dalle elezioni anticipate per portare a casa una vittoria che, almeno sulla carta, appare quasi scontata. Ed è anche questa una delle ragioni dell' appello di due giorni fa a Pier Ferdinando Casini in nome dell' unità dei moderati. Segnali di fumo lanciati durante l' incontro con i coordinatori regionali del Pdl nonostante nelle ultime settimane non siano andati a buon fine incontri di altissimo livello nei quali si è provato a riavvicinare i due ex alleati. Niente, Casini non ne vuole sapere. E anche martedì scorso ha sbattuto la porta in faccia al Cavaliere replicando che «l' unità dei moderati si costruisce sulle cose concrete e non sui nominalismi» e ripetendo ai vari pontieri che la discriminante di un accordo resta il pensionamento di Berlusconi. Che ovviamente non gradisce affatto, tanto che ieri andava ripetendo in privato che con Casini le ha «tentate tutte» ma ormai per il leader dell' Udc «è diventato un fatto personale e di principio».

Mangiafuoco Grillo colpisce ancora. "Faccio politica non populismo". Poi incita i partigiani all'odio e alla violenza

(da Il Sole 24 Ore) Sento parlare di populismo e di demagoghi. Ma il mio non è populismo, è politica. E non la faccio io, ma chi si candida nel Movimento 5 stelle». Ha il sapore di una replica indiretta, il comizio pronunciato ieri da Beppe Grillo, in tour elettorale a Conselve, nel Padovano, nel giorno in cui il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha tuonato nuovamente contro l' antipolitica. «Il vero pericolo non sono io - sostiene Grillo - , sono i cittadini per bene, incensurati, che si sono stancati e vogliono mandare a casa questa classe fatta di partiti e ruberie». Ai sondaggisti, che gli accreditano il 7% su base nazionale, replica: «Non siamo al 7 né al 10.Vogliono mettere nella prossima legge elettorale lo sbarramento al 12%, ma i partiti non si rendono conto che rischiano loro di non raggiungere quella soglia, perché noi siamo l' unico vero movimento politico del Paese». Quindi l' invito agli elettori: «Hanno due scelte: o un salto nel buio con noi o una lenta e consapevole eutanasia coi partiti di adesso». Sempre ieri, sul suo blog, il comico genovese ha ricordato la Liberazione, coi toni aspri dell' invettiva che gli sono consueti: «Se i partigiani potessero levarsi dalle tombe resterebbero sgomenti», ha scritto, vedendo «un' Italia senza sovranità economica, appaltata alla Bce e alle agenzie di rating» e «senatori e deputati collusi con la mafia». 

L'ottavo Re di Roma torna a farsi sentire. E durante la festa della liberazione lancia i suoi diktat contro l'antipolitica, rimandando l'elezioni a fine legislatura

(da Il Messaggero) Appassionata difesa del ruolo «insostituibile» dei partiti a patto che «estirpino il marcio», dura requisitoria contro i «demagoghi di turno» dell' antipolitica, «no» allo scioglimento anticipato della legislatura, nuovo appello per le riforme istituzionali a cominciare dalla legge elettorale. Sono i questi i punti basilari dell' intervento di Giorgio Napolitano nell' affollata e plaudente piazza del Popolo di Pesaro per la cerimonia del 67° anniversario della Liberazione. Il richiamo alto e commosso alla Resistenza, al suo «volto unitario» e alla sua lezione ancora attuale è servito quasi come premessa ovvero come ispirazione per il monito di Napolitano. «Perché - egli spiega - dinanzi alla crisi che ha investito l' Italia e l' Europa abbiamo bisogno di attingere alla lezione di unità nazionale che ci viene dalla Resistenza e abbiamo bisogno della politica come impegno inderogabile». Ebbene su questo punto le parole sono state chiarissime. Quello di Napolitano è stato una sorta di coraggioso testamento politico di un uomo che ha dedicato alla politica gran parte della propria esistenza. E dice basta ai processi sommari, alle strumentalizzazioni. «Ci si fermi a ricordare a riflettere prima di scagliarsi contro la politica», avverte il capo dello Stato che cita la toccante lettera di un 19enne antifascista, studente di Parma, condannato a morte e fucilato nel 1944 come testimonianza di chi era conscio sin da allora che «la cosa pubblica siamo noi».«Oggi invece - incalza Napolitano - cresce la polemica e la rabbia verso la politica, si prendono per bersaglio i partiti come se ne fossero il fattore inquinante». Ebbene per non cadere in «abbagli fatali» bisogna ricordare che negli anni della Resistenza e nel secondo dopoguerra furono proprio i partiti «il corpo vivo e operante» della politica, i promotori della Costituente e della Carta costituzionale.

Sobrietà montiana. Alla faccia dell'austerity lo Stato compra altre auto blu mentre esiste già un parco macchine...inutilizzate

(da Il Corriere della Sera) Lo Stato vuole acquistare altre «auto blu». Almeno altre quattrocento nuove berline di media cilindrata, cioè fino a 1.600. Ma il numero di veicoli potrebbe anche aumentare di un quinto, quindi di ulteriori 80 unità nel giro di un anno. Per una spesa di poco meno di 10 milioni di euro. Il bando di gara non solo è stato già emesso dal ministero dell' Economia (il 24 gennaio), ma il termine per presentare le offerte è anche già scaduto, lo scorso 8 marzo (giorno in cui sono state aperte le buste dei concorrenti), quindi la procedura è in fase estremamente avanzata. E questo nonostante il «parco macchine» della Pubblica amministrazione sia arrivato, secondo il Formez (Centro servizi, assistenza, studi e formazione per l' ammodernamento delle Pubblica amministrazione), a quota 60 mila. Diecimila auto blu di alta fascia, per ministri e alti dirigenti, e altre 50 mila auto di servizio, che costano complessivamente quasi 2 miliardi di euro l' anno al contribuente. Mentre sempre secondo il Formez circa 800 vetture giacciono inutilizzate nei garage. A quanto pare, però, alla Pubblica amministrazione le auto blu non bastano mai. La vicenda è stata rilanciata ieri dai siti del Giornale e del settimanale L' Espresso e, in poche ore su Facebook l' articolo ha superato i 6 mila «consiglia», a testimonianza della reazione dell' opinione pubblica davanti a notizie del genere, in un momento in cui tutti sono chiamati a tirare la cinghia. 

L'ennesimo pasticcio dell'Imu colpisce anche i comuni più generosi. Non la mettono? La pagate uguale

(da Libero) Nuove complicazioni in vista per l' Imu. Anche nei Comuni più generosi, che hanno già deliberato per la prima casa un' aliquota più favorevole rispetto al 4 per mille, o addirittura l' esenzione, si dovrà pagare l' acconto a giugno con quest' aliquota, salvo il conguaglio con rimborsodi fineanno. «È un pasticcio, per come è scritta la norma sull' Imu si può arrivare a questa conclusione assurda», spiega all' Ansa Maurizio Leo del Pdl, presidente della Commissione parlamentare perl' Anagrafe tributaria e il deputato che per primo aveva sollevato la questione alla Commissione Finanze di Montecitorio con il collega Isidoro Gottardo. La questione riguarda i Comuni che hanno già deciso diagevolare icittadiniconun' aliquotasulla prima casa al 2 per mille. Calcolando la detrazione di 200 euro, che aumenta di 50 euro per ogni figlio, a giugno (con la norma inserita nel dl fiscale che impone di pagare con le aliquote di base e dunque applicando il 4 per mille) si pagherebbe più del previstoeaddirittura,in alcunicasi,siarriverebbe a pagare quando invece con l' aliquota del Comune l' Imu sarebbe pari a zero. Il problema era stato sollevato nel corso dei lavori parlamentari. Dopo le verifiche con il ministero dell' Economia, però, non era stata trovata alcuna soluzione e il Tesoro vorrebbe ora risolvere la questione con un atto amministrativo. «Ma questo non basta», spiega Leo. «Serve una legge per risolvere il problema». Che, d' altra parte, coinvolge già diversi Comuni.

Il tempo dei sondaggi. In controtendenza al Governo sale la fiducia nelle alte cariche dello Stato. Crescono Schifani e Napolitano

(da Avvenire) Nel momento in cui la credibilità dei partiti è in netto calo, gli italianiconservano la fiducia nelle istituzioni, tanto che le tre alte cariche dello Stato ricevono un consenso che supera abbondantemente il 50%. L' Istituto di sondaggi di opinione Ipr Marketing, diretto da Antonio Noto, effettua un monitoraggio su questo indice di fiducia fin dall' insediamento delle nuove Camere. L' ultima rilevazione è del 20 aprile 2012 e si basa su un campione di 1.000 cittadini (rappresentativo per età, sesso ed area di residenza della popolazione maggiorenne residente in Italia). Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel mese di aprile raggiunge un livello di fiducia pari all' 87%, pur facendo registrare un lieve decremento nel corso dell' ultimo trimestre del 3%. Dall' inizio della legislatura il suo consenso è cresciuto di 19 punti. In Sale anche il presidente del Senato, Renato Schifani, che tra gennaio ed aprile ha aumentato il livello di fiducia del 3%, passando dal 73 al 76%, con un incremento complessivo di 38 punti. In positivo anche il presidente della Camera Gianfranco Fini: è al 56%, all' inizio della legislatura era al 47%.

L'effetto tasse si abbatte su Monti. Scende ancora la fiducia del Premier. Gli italiani rimpiangono Berlusconi?

(da La Repubblica) L'impressione è che Mario Monti tema di aver esaurito il carburante del governo, e che l'esecutivo abbia perso "lo smalto" delle prime fasi quando inanellava provvedimenti in rapida sequenza. E il sondaggio sulla fiducia di Ipr Marketing per Repubblica.it sembra confermarlo. Perché ad aprile il segno meno caratterizza il consenso del premier, dell'esecutivo nel complesso e di parecchi ministri. Senza contare l'imminente impatto di misure come l'Imu che difficilmente fanno crescere il consenso tra i cittadini. Partiamo da Monti. Il premier perde 4 punti rispetto a marzo e passa dal 55 al 51%. Un calo secco che però lascia il Professore sopra la soglia dei 50, punto di minor consenso registato al momento dell'affidamento dell'incarico. Se però si allarga l'orizzonte si vede che nell'arco di di due mesi (da febbraio a oggi) il calo è di 8 punti (dal 59% al 51%). In aumento del 4% la percentuale di chi dice avere poca fiducia nel premier: dal 38% al 42%. Se le cose non vanno bene per Monti premier, vanno peggio per l'esecutivo nel complesso. Il dato più allarmante, è proprio questo, un decremento di fiducia generale che coinvolge tutta  la squadra. La squadra dei ministri vede scendere il tasso di fiducia di 5 punti nell'arco di un mese (dal 50 al 45). Si tratta della quota più bassa mai registrata dallo scorso dicembre. Lontana 10 punti dal top fatto registrare a gennaio. Per contro cresce vertiginosamente la percentale di chi ha poca o nessuna fiuducia nel governo: dal 38 di marzo al 47 di febbraio. E colpisce anche il calo di coloro che si dichiarano senza opinione, quasi a dimostrare quanto le mosse del governo lascino sempre meno indifferenti i cittadini.

martedì 24 aprile 2012

Il Governo delle Thatcher mancanti. Tra Monti e la lady di ferro troppe differenze. A partire dal pugno duro che Monti non ha

(da Italia Oggi). Non è solo il pugno duro di Margaret Thatcher che manca a Mario Monti per passare dalle parole ai fatti. È soprattutto l' assenza di una legittimazione politica propria che imbriglia le scelte di un premier che «potenzialmente» ha i connotati per essere l' uomo di ferro in grado di riformare l' Italia. «Monti è un liberale di destra, e in questo la premessa è identica, e come laThatcher ha ereditato una realtà economica e politica negativa e in pesante dissesto, ma che allo stesso modo probabilmente lascerà un paese migliore di quello ricevuto», spiega al Foglio l' economista Cosimo Magazzino, autore del libro La politica economica di Margaret Thatcher(Franco Angeli) al centro di un dibattito venerdì scorso a Milano organizzato da Tea Party Italia. Al momento, però, è la «forte discrasia tra potenza e atto» a fare la differenza: «Sul piano pratico lo scarto è importante», nota Magazzino. «La Thatcher vinse in maniera formidabile tre elezioni, due con un consenso schiacciante, mentre Monti non ha una sua maggioranza, e deve ricercarla di volta in volta in Parlamento, condizionato dalle scelte dei leader di partito». Il docente della Terza università di Roma ha un giudizio «positivissimo» sull' operato della Thatcher (in carica per undici anni: 1979-90) e «positivo» su quello di Monti (in carica da sei mesi), per l' impegno sulla riduzione dell' evasione. 

Non eravamo noi. La Spagna scivola baratro. 24% di disoccupazione e seconda recessione in soli tre anni

(da Il Sole 24 Ore) L' attività economica spagnola si è contratta anche nel primo trimestre dell' anno. Il prodotto interno lordo spagnolo da gennaio a marzo è sceso infatti dello 0,4% accentuando la flessione fatta registrare già negli ultimi tre mesi del 2011 quando il Pil eracalato dello 0,3 per cento. I dati diffusi ieri dalla Banca centrale di Madrid certificano il continuo peggioramento della crisi economica che ha riportato il Paese in recessione. E che con tutta probabilità è destinata ad aggravarsi almeno fino alla fine del secondo trimestre: su base annua dopo un -0,3% di fine 2012, nel primo trimestre la variazione negativa è stata dello 0,5%, un dato che pur, in linea con le stime del ministro dell' Economia Luis de Guindos potrebbe portare per l' intero 2012 a un calo del Pil anche superiore al 2 per cento, come sostengono numerosi analisti. Per la Spagna è la seconda recessione in soli tre anni: nel 2009 in seguito al collasso finanziario internazionale l' attività produttiva era scesa del 3,7% colpendo in modo profondo il Paese iberico nel quale alle difficoltà condivise da tutto il mondo ed esplose con il crack di Lehman Brothers si sono sommati il crollo del settore immobiliare nazionale dopo anni di bolla speculativa, le pressioni sul debito sovrano dell' Eurozona, le difficoltà delle banche, le incertezze sul risanamento del bilancio pubblico e lo scontro (tutt' ora in atto) tra amministrazione centrale e autonomie regionali, soprattutto nel passaggio dalla stagione socialista di José Luis Zapatero al nuovo Governo conservatore guidato da Mariano Rajoy. Il bollettino della Banca centrale spiega che la contrazione del prodotto interno lordo è dovuta in larga parte al calo della domanda interna: in un Paese che conta più di cinque milioni di senza lavoro su una popolazione totale di 47 milioni con un tasso di disoccupazione del 24% che non trova confronti in Europa, i consumi privati, che da soli valgono più della metà della domanda spagnola, sono arretrati dello 0,4% su base trimestrale.

La giustizia in Italia? Roba da quarto mondo. Arriviamo persino a scordarci di scarcera gente che ne ha diritto

(da Libero) Se è vero che anche un minuto trascorso in galera dura un’eternità, figuriamoci quanto possano durare dieci giorni: specie se un giudice ha decretato che da quella cella devi uscire. È la stravagante situazione in cui si trova un commercialista napoletano, rinchiuso nel carcere di Secondigliano dal 19 marzo. Nel momento in cui Libero va in stampa, l’uomo potrebbe anche esser tornato a casa, ma la sua storia è comunque meritevole di essere raccontata. Ersilio Giannino viene arrestato con accuse pesantissime: concorso nel riciclaggio di denaro della camorra e nella corruzione di giudici tributari.È uno dei 60 arrestati del blitz della Dda contro il Gruppo Ragosta: operazione che sta progressivamente sgretolandosi in quanto i tre fratelli imprenditori sono stati scarcerati dal Riesame che ha decretato che con le loro aziende (tra cui la Lazzaroni e l’Amaretto di Saronno) la camorra non c’entra nulla. Passa circa un mese e il 12 aprile il Tribunale della Libertà di Napoli cancella l’agevolazione alla mafia e dispone i domiciliari anche per Giannino. Ma non esegue la scarcerazione perché sulla corruzione dei giudici tributari viene ravvisata la competenza territoriale della procura di Roma. Arriviamo al 20 aprile, cioè venerdì scorso. Il Gip romano dispone i domiciliari anche per la corruzione: a questo punto non resta che tornare a casa. Ma qualcosa s’inceppa. Il gip Cipriano manda l’ordinanza al titolare del fascicolo, il pm Deodato che la trasmette alla Gdf, ai difensori e alla Polizia penitenziaria di Secondigliano. Dal carcere, però,non si fidano di quelfax,non lo ritengono sufficientemente credibile, perché non è giunto dall’ufficio di un magistrato, anche se questi l’ha girato ai militari. I difensori, Ernesta Siracusa e Felice Carbone, si attivano in tutti i modi. Arriviamo a domenica, gli avvocati decidono di attivarsi diversamente: telefonano ai carabinieri di Secondigliano - loro sì competenti per territorio -e spieganola faccendaa unsolerte maresciallo che si precipita al carcere. Niente da fare pure stavolta: vogliono il magistrato, tant’è che mandano anche loro un fax a Roma per ottenere la conferma. Ma sbagliano destinatario, cioè lo inviano al gip invece che al pm che deve procedere all’esecuzione. Peraltro non trovano nessuno, la domenica è sacra nei tribunali italiani. 

Nel Pdl si allarga la corrente anti-Monti guidata da Brunetta. Obiettivo? Mandare a casa l'economia dei tecnici

(da Libero) Silvio Berlusconi continua a ripetere che il suo appoggio al governo di Mario Monti sarà leale fino al 2013. Dice così perché è abituato a rispettare i patti e, anche, perché la sua prossima creatura, il Pdl «rivoluzionario» che ha messo in cantiere, ha bisogno di mesi per rodare, tempo per stringere alleanze. Per questa ragione a Palazzo Grazioli si assiste con preoccupazione al nuovo tonfo dell’economia. Angelino Alfano ha schierato il partito contro ogni nuovo aumento delle tasse, chiede la cancellazione dell’Imu e chiede tutele per le piccole e medie imprese. Qualcuno nel Pdl, come Renato Brunetta, suggerisce però di accelerare la fine del governo, di “rottamare” la politica economica dei tecnici, che non sta dando i risultati sperati: «Io il Def, così com’è, non lo voto». Nessun investimento per la crescita, troppe tasse. «Le politiche economiche rigorose, restrittive non bastano più», spiega l’ex ministro. Non è solo: «Totalmente d’accordo, farò lo stesso», gli fa eco un altro economista, l’ex sottosegretario Guido Crosetto. Toccherà a Monti scegliere se modificare il testo o mettere, come ha fatto ieri sul fisco, la fiducia e perdere altri voti. 

Tassa dopo tassa: e se ritornasse pure la speculazione?

La bufera che ha investito di nuovo i mercati finanziari e le Borse, in particolare quella di Milano, risultata “la maglia nera” d’Europa, è preoccupante soprattutto per i riflessi interni, per i riflessi sulla nostra economia. Certo, le cause di questa bufera sono contingenti: da un lato, i timori suscitati nei confronti dell’alleanza franco-tedesca dal brutto risultato del presidente Sarkozy, non più così sicuro di vincere le elezioni francesi; dall’altro, la crisi politica in Olanda, un Paese che potrebbe essere il prossimo sotto attacco per il suo debito sovrano. E questo aggravamento della crisi arriva dopo che il Fondo Monetario Internazionale è stato dotato di altri 430 miliardi euro dai Paesi del G20 nel fine settimana, proprio per elevare la diga difensiva contro la speculazione. Assieme ai titoli di Stato italiani, balzati al disopra di quota “400”, sono andati male anche i titoli spagnoli e quelli francesi che ormai si trovano a 145 punti al di sopra del corrispondente titolo di Stato tedesco.

Ancora più preoccupante è l’attacco nei confronti delle banche che perdono quasi tutte, in tutta Europa, molti punti percentuali in Borsa proprio a causa della loro esposizione verso i debiti sovrani considerata eccessiva.

Mentre l’Europa non sa bene che pesci pigliare, il Governo dei tecnici garantisce che presto si troveranno i rimedi per favorire la crescita dell’economia. Ma i rimedi non arrivano e l’ammalato peggiora. Anche perché vengono di continuo annunciati tagli all’occupazione, scivoli o aperture nei confronti di chi vuole pre-pensionarsi, insomma tutto va verso una riduzione generale dei posti di lavoro. Ma già la Corte dei Conti precisa che l’effetto delle misure recessive, l’effetto concreto del rigore fiscale varato dal Governo dei tecnici, provocherà una perdita di quasi 50 miliardi di euro alla fine del 2013.

Su questo scenario interno così fosco, per cui la Corte dei Conti si spinge a parlare addirittura del pericolo di “cortocircuito” tra rigore e crescita, il problema di fondo è quello di capire “se” e “fino a quando” si può proseguire nella politica di rigore richiesta dalla Germania per tutti i Paesi europei.

C’è infatti l’impressione diffusa che se dovesse continuare la tempesta contro l’euro, non si saprebbe in Italia a quale santo votarsi per rimettere nuovamente in sesto i conti pubblici e mantenere il pareggio di bilancio previsto per il 2014. In definitiva, i cittadini non riescono a intravedere né la via di uscita dal tunnel, né la via che ci può portare alla crescita. Questo stato di incertezza permanente genera sconforto e sfiducia e riduce la tendenza agli investimenti, grazie anche al fatto che le banche, nonostante le mille promesse, non hanno ancora riaperto il rubinetto del credito alle famiglie e alle piccole e medie imprese.

Affiorano, in questa fase una serie di variabili imprevedibili e che nessuno sa in realtà come affrontare. se la speculazione dovesse tornare ad imperversare contro il debito sovrano della Spagna oppure scegliere come nuovo bersaglio la Francia, quali potrebbero essere le soluzioni per impedire il diluvio generale? E quali e quante altre misure di rigore potrebbero essere prese senza provocare rischiose tensioni sociali sul nostro mercato interno, su un mercato del lavoro già a pezzi?


Ecco perché ancora una volta risulta insostituibile il ruolo delle forze politiche che pure nella fase crescente di antipolitica, risultano sempre l’unica forma di intermediazione tra i cittadini e il Governo dei professori. Le uniche forze che possono veramente mettere in campo, prima di tutto, le richieste e le esigenze primarie dei cittadini.

Chi nasce tondo può morire quadrato? Se lo chiedono in molti su Beppe Grillo. Che è nato comico e non morirà certo politico

(da Italia Oggi) Ve lo immaginate Beppe Grillo terzo leader politico dopo Pier Luigi Bersani e Angelino Alfano? Lui arringa la sua folla: saremo la terza forza. Forse pecca d' ottimismo ma se la crisi leghista colpirà duro e il nuovo partito di Pier Ferdinando Casini faticherà a decollare (magari a causa della concorrenza dell' Italia Futura di Luca di Montezemolo) la politica italiana potrebbe davvero ritrovarsi con un istrionico comico sul podio. In ogni caso lui si gode questa fase di popolarità politica e poiché i suoi
sono show più che comizi e andarlo a sentire in piazza è gratuito (mentre nei teatri si paga) ecco che la gente accorre e si diverte. Lo voteranno anche? In vista delle amministrative di maggio sta facendo la sua tournèe politica, batte a tappeto la Penisola, in un solo giorno, in Emilia, si è esibito a Piacenza e Parma. Piazze piene. Lui arriva (maglione scuro e quell' aspetto trasandato che fa tanto radical chic) in camper e dice: «me l' ha pagato qualcuno ma non so chi è». Incominciano le risate. Anche lui però s' è strutturato da politico: servizio d' ordine, palco transennato per evitare un afflato troppo ravvicinato dei supporter, cordone di sicurezza per tenere lontano i giornalisti che gli vogliono chiedere sul maldipancia che proprio in Emilia ha colpito il suo movimento dopo che ha defenestrato uno dei leader e bastonato altri. Ma lui da questo orecchio non ci sente. Meglio attaccare. Tutti. Perché per lui sono tutti uguali: Alfano, Casini, Bersani, Di Pietro («saranno costretti a fare lavori socialmente utili dopo la nostra rivoluzione»). In questa tappa emiliana ce l' ha in particolare con Nichi Vendola, che gli ha dato del qualunquista. «Abbiamo contribuito a farlo eleggere perché era contro la privatizzazione del grande acquedotto pugliese», dice, «ma una volta eletto presidente della Regione che ha fatto? Ha fatto costruire 5 inceneritori alla Marcegaglia, che era così contenta che se lo voleva fare, ma lui niente». 

Timori democratici. A via del Nazareno, ormai, sono certi. Casini li sta mollando e sceglierà il centrodestra

(da Il Corriere della Sera) Un più che autorevole esponente del Pd spiega così i riflessi che ha avuto nel suo partito la «svolta» udc degli ultimi giorni: «Noi siamo tutti intenti a fingere di non vedere cheCasini ci sta mollando». L' autorevole esponente del Pd preferisce rimanere nell' anonimato perché ormai a Largo del Nazareno è stata siglata una tregua interna che nessuno ha interesse a rompere, almeno fino a dopo le elezioni. Ma già un anno fa Walter Veltroni, prima dell' armistizio e della decisione dell'
ex presidente della Camera di sciogliere l' Udc e fare il Partito della nazione, diceva ai suoi: «La politica di Bersani e D' Alema di andare appresso aCasini sperando di stringere un' alleanza con lui è fallimentare, vedrete che Pier Ferdinando nel momento decisivo sceglierà il centrodestra». E a vedere adesso le ultime mosse del leader del Terzo Polo, smanioso di liberarsi dei compagni d' avventura di un tempo, Fini e Rutelli, per buttarsi in un' altra avventura, quella di Veltroni sembrerebbe una profezia azzeccata. Oltretutto confermata dalle decisione dell' Udc di correre alle Amministrative di Palermo con il Pdl, arrivando al punto di operare uno strappo con gli alleati di Fli che contestano la scelta siciliana dei centristi. Qualcosa accade e i rappresentanti del Pd, per quanto tentino di fare finta di nulla, evitando dichiarazioni ufficiali, discutono dell' ultima uscita di Casini che non li rassicura affatto. «Possiamo dire che ci sono sospettosi indizi della volontà di Pier Ferdinando di troncare i rapporti con noi», ammette persino Beppe Fioroni. 

Il cartaio. Nell'era High-tech Leoluca Orlando si affida alla vecchia e cara lettera. Ai palermitani ne spedirà 350mila. Quanta carta ha sprecato?

(da Adnkronos) Trecentocinquanta mila palermitani riceveranno a breve a casa una lettera: due pagine contenenti una sintesi del programma di Leoluca Orlando, candidato a sindaco della citta'. Ad annunciarlo e' stato lo stesso portavoce di Italia dei Valori, nel corso di una conferenza stampa convocata nel suo comitato elettorale alla presenza degli assessori gia' designati della sua Giunta.
"Sara' inviata per posta - ha spiegato Orlando - e vi sara' la road map con le cose da fare quando saro' sindaco". Linee guida per avere "una stabilita' di obiettivi per cinque anni e realizzare la partecipazione dei cittadini all'amministrazione della citta'".  Per favorire il contatto con la gente l'ex sindaco della primavera di Palermo ha pensato anche a una serie di comizi in piazza, undici in tutto, di cui quattro gia' tenuti. "Oggi saro' alle 19 a Pallavicino - ha annunciato - perche' e' importante il contatto con i  quartieri".

Un ministero al collasso. Agli esteri parte la guerra delle nomine. Terzi farà un disastro

(da L'Opinione) Un ministero al collasso. Un corpo, prima mutilato dal capriccio politico dei tecnici al comando, poi lasciato fermo, a morire sotto la pressione del proprio peso. È il ministero degli Affari esteri di Giulio Terzi, il ministro ambasciatore che - com'è noto - non fa onore né ai ministri (neanche quelli tecnici), né ai diplomatici. Oramai isolato al Consiglio dei ministri, concettualmente messo sotto tutela dai responsabili esteri dei partiti di maggioranza e, di fatto, esautorato da Monti e Moavero nella politica estera che conta (e da Riccardi per la Cooperazione), Terzi è ora pericolosamente concentrato in casa sua, alla Farnesina, dove, di qui a poco, si prepara una vera e propria rivoluzione di uomini e di incarichi. Alla fine dell'anno, infatti, per effetto della riforma messa a punto dal segretario generale Massolo, ben tredici ambasciate e tre direzioni generali passeranno di mano e se - come è fin ora avvenuto - Terzi tratterà la questione delle nomine come un fatto personale (antiche cordate, simpatie interne, figli e nipoti, aree geografiche di provenienza) il disastro è assicurato. Saremo, anzi, alla soluzione finale. Ci sarebbero, se i protagonisti prendessero coscienza, ancora delle roccaforti di resistenza. Se è vero, come da egli stesso annunciato, che il segretario generale, Giampiero Massolo, rimarrà al suo posto e non andrà, come si rumoreggiava, alla direzione generale di Confindustria. Se alla presidenza del Consiglio, come al Quirinale, i consiglieri diplomatici di Monti e Napolitano faranno autorevolmente buona guardia (lo stesso vale per i partiti), forse Terzi limiterà i danni annunciati. 

lunedì 23 aprile 2012

Gli indagati del Pd sono sempre meno indagati degli altri. Lo dimostra il nuovo caso montato contro Marco Milanese

(Corriere della Sera) Sono quelle scelte che di solito meritano tre righe a fondo pagina. Ma stavolta la storia è molto diversa, i nomi interessanti, il retroscena ancora di più. E infatti già si intravede una retromarcia a tempo di record. Alla Camera arriva il Def, il Documento di economia e finanza che disegna gli scenari (grigi) da qui al 2015. Il testo deve passare anche sul tavolo della commissione Politiche comunitarie, chiamata a dare un parere sulla compatibilità con le regole di Bruxelles.
Da regolamento il presidente della commissione - Mario Pescante, Pdl - nomina il relatore, il deputato che guiderà il dibattito. E la scelta cade su Marco Milanese, sì proprio lui, l' ex consigliere politico di Giulio Tremonti, indagato nell' inchiesta sugli appalti dell' Enav e sulla P4, per il quale la Camera ha negato l' autorizzazione all' arresto. Il caso esplode dopo le proteste del Pd: «È una nomina inopportuna», attacca Stefano Fassina, responsabile economia del partito. Che chiama in causa soprattutto chi ha firmato la decisione: «Il presidente Pescante dovrebbe ricordarsi della grave vicenda processuale che coinvolge Milanese. Quella commissione ha tante competenze dalle quali attingere, il riconoscimento che viene attribuito a Milanese è davvero eccessivo». Lui, Milanese, cade dalle nuvole: «Davvero? Non sapevo di queste critiche - risponde al telefono - mi sembra una polemica fuori luogo». Perché fuori luogo? «Non vedo cosa c' entri la mia vicenda giudiziaria con il parere di una commissione che non entra nel merito, si limita a verificare la compatibilità con il quadro comunitario, e dà un parere non vincolante. Andiamo...». Resta la questione dell' opportunità. «Potrei capire se si trattasse di un disegno di legge sulla giustizia e poi, scusi, il relatore non decide un bel niente, alla fine è la commissione a votare».

Il 25 è la festa di tutti gli italiani. Ma non per i partigiani che sollevano polemiche inutili contro il Pdl

(da Il Corriere della Sera) La verità è che, a distanza di 67 anni dalla Liberazione, le polemiche sempre più artefatte e stucchevoli sulle cerimonie per ricordare il 25 aprile hanno ormai qualcosa di patetico. Sempre le stesse, ripetitive, rituali, ovvie, banali, scontate. C' è il gruppo studentesco di estrema destra che all' Avogadro dileggia il vecchio partigiano: vogliono darsi un tono, esibire un' identità che non esiste, scimmiottano i loro fratelli maggiori, o forse i loro padri, o addirittura i loro nonni (anagraficamente parlando).
Ma c' è anche l' opposto. C' è il dirigente dell' Anpi che per dare brio a una ricorrenza che rischia di sbiadire decide di stabilire chi entra e chi esce: stavolta devono uscire Alemanno e Polverini, per decreto unilaterale. Un gesto inutile, una provocazione che ha il sapore dell' antico riciclato.
Tutto sembra antico e polveroso in queste parodie di una guerra civile che non c' è più. Il grosso delle forze politiche candidate a governare le istituzioni nazionali e locali non mette più in discussione i valori del 25 aprile, il ritorno della libertà e della democrazia. Gli storici discutono sulla Resistenza. Fanno bene a discutere. La discussione storica non va mai in prescrizione. La ricerca non va in pensione. Nuovi documenti possono illuminare lati trascurati o anche marginali della nostra storia. Ma sui valori di fondo della Liberazione è da tempo oramai che li sentiamo come un nostro patrimonio. Se la democrazia vive una crisi senza precedenti non è per i comportamenti che si hanno prima e durante la festa del 25 aprile. Se rifioriscono nuovi estremismi non è per ricalcare una storia passata, ma perché nuovi conflitti rischiano di far perdere di vista la necessità delle libertà democratiche, la loro superiorità rispetto alle dittature e agli oscurantismi.

Illusionisti politici. Nonostante sia Finito, il Presidente della Camera pontifica e fa finta di contare qualcosa

(da Il Giornale) Due anni fa, era ieri, un Gianfranco Fini inviperito con il Cav, rosso in volto, pronunciava le fatidiche parole: «Che fai, mi cacci? ». Fu cacciato. In questi due anni, il presidente della Camera ha resistito sulla sua poltrona come in pochi sarebbero riusciti - persino in Italia, dove la specialità è di casa. Ha superato lo scandalo del personale Cerchio magico , che sul web è diventato un serial di grande presa, i Tullianos , anticipando non solo la sorte dei Bossi, ma in qualche modo anche la domanda
cardinale sollecitata dal caso-Lusi: che fine fanno i fondi pubblici che arrivano ai partiti? Essendo, la celebre casa di Montecarlo, bene appartenuto a un partito non più esistente ( se non, appunto, nei fondi residui, proprio come la Margherita). Fini ha pure fondato, con un manipolo di caporali (sorprendente l' indisponibilità dei colonnelli), il partito che avrebbe dovuto raccogliere, nelle speranze e ambizioni, gli elettori del Pdl quando Berlusconi avesse lasciato la scena. Ma il destino, una volta di più, pare prendersi beffe di lui.

L' abbandono del Cav è avvenuto sulla scorta di una crisi economica, e la raccolta di voti sarà appannaggio di un eventuale partito dei «montiani », del Pdl (o come si chiamerà) di Alfano, del Partito della Nazione (o come si chiamerà) di Casini. E il Fli, Futuro e libertà , che i detrattori per eterogenesi dei fini già declinano « futuro in libertà »? Sulla scorta dei più recenti sondaggi (dall' uno per cento al 2,8) potrebbe, anzi dovrebbe, andareinrottamazioneanch' esso. E confluire nel calderone capeggiato da un tecnico governativo ( Passera?), da Montezemolo o dallo stesso Casini. Il povero Gianfranco?

Al pari di Rutelli, tra le seconde, o addirittura terze file. Cala occuparsene? Buon ultimo in questi momenti di fermento, Fini è uscito anche lui allo scoperto si fa per dire - in un' intervista alla Stampa che ha fatto venire in mente, più che una nuova alba, l' Albachiara di Vasco. Quella canzone che comincia con: « Respiri piano per non far rumore, ti addormenti di sera, ti risvegli col sole ».

Grillo, Di Pietro, Vendola e il partito dei tecnici spaventano Bersani. Che ora ha davvero paura

(da La Stampa) Seduto su un divano in Transatlantico, il giorno dopo gli annunci di Casini e Pisanu, un dirigente Pd della minoranza, tra i più informati sui movimenti tellurici nei tre poli, butta lì una manciata di numeri ipotetici, che più di una suggestione assumono il sapore di un brutto presentimento: un Pdl attestato al 15% e svuotato delle sue compagini più moderate, idem per il Pd, ma sul lato sinistro del campo, dove la concorrenza delle forze di Vendola, Di Pietro e Grillo insieme potrebbero totalizzare il 20% dei seggi;
e tutto il resto, un bacino di consensi potenziali del 35-40%, suddiviso tra il nascituro Partito della Nazione dei terzopolisti e un ipotetico listone civico nazionale; che per semplicità potrebbe esser definito «partito dei tecnici». «Ecco, se tra un anno il quadro politico si presentasse mutato fino a questo punto, magari in assenza di una legge elettorale riformata, cosa succederebbe?». E anche se è evidente che trattasi solo di fantapolitica, queste domande segnalano se non altro quanto i movimenti centristi agitino anche i vertici Democratici, che pure non lo danno a vedere facendo finta di nulla. Perché se questo nuovo progetto di Casini si saldasse con il «partito dei tecnici» (magari benedetto dai berlusconiani di fede montiana) la lunga corsa verso la vittoria alle urne del Pd (oggi in vantaggio nei sondaggi dopo lo spappolamento del centrodestra) potrebbe infrangersi contro un muro. Non sono infatti casuali le battute di Bersani che da giorni mette in guardia dalla tentazione di dare uno sbocco alla crisi della politica con nuove soluzioni «eccezionali» come fu quella di Berlusconi nel '94, facendo perno su una gigantesca sfiducia delle fasce più popolari verso i partiti, alimentata per motivi diversi da tutti i media. Il fastidio dei bersaniani di ferro come il responsabile economico Stefano Fassina per le aperture ai centristi sono un' altra spia di queste ansie. Sull' Unità di ieri Fassina bacchettava il cattolico Fioroni che, pur garantendo di non voler spiccare il volo dal Pd, invitava a non sottovalutare l' operazione messa in piedi da Casini. Bollata però da Fassina come puro marketing elettorale, «un ripackaging di ceto politico, magari con qualche innesto tecnico, senza un programma credibile».

Tonino l'immobiliarista. Ecco come il leader dell'Idv intasca i soldi del finanziamento pubblico ai partiti

(da Il Giornale) «Giù le mani dal sacco» dice la campagna di raccolta firme dell' Idv contro il finanziamento pubblico dei partiti, vera «emergenza nazionale». Pronti a rinunciare ai circa 12 milioni di euro programmati per luglio, come loro rata annuale, dopo averne incassati altrettanti l' anno scorso, quasi 14 milioni nel 2010 e così via, mai rifiutati da Di Pietro. Senza il finanziamento pubblico, però, i dipietristi dovranno pagarsi da soli gli affitti delle loro sedi nazionali. Il che significa che dovranno pagare il loro leader senza
attingere a soldi al 90 per cento pubblici, come fatto finora. Sì, perché Di Pietro, novello paladino della battaglia contro i partiti rimpinguati dallo Stato, è l' unico leader di partito - a quanto ci risulta- che affitti casa al suo stesso partito. Oltre alla sede nazionale di Roma, di cui diciamo dopo, l' ultima «Relazione di gestione» dell' Idv (firmata dal tesoriere,la fedelissima di Tonino, Silvana Mura) specifica due sole altre sedi, quella «operativa» di Bergamo in Via A. Locatelli n. 29 «e quella legale- amministrativa di Milano in Via F. Casati n. 1/a». Entrambi gli immobili appartengono a Di Pietro. Il primo è stata comprato nel 2006,grazie ad un' asta Inail, e viene affittato all' Idv ad una cifra attorno ai 1.200 euro al mese. La sede di Milano è molto più redditizia per la Antocri, cioè la società immobiliare di cui è titolare come socio unico Antonio Di Pietro. Silegge nell' ultimo rendiconto di Antocri, relativo al 2010 che«l' immobile di proprietà sociale è condotto in locazione dall' Associazione Po-litica Italia dei Valori - Lista Di Pietro a normali ed ordinarie condizioni di mercato». Sull' immobile di Milano, Di Pietro (cioè la sua Antocri) sta pagando ancora un mutuo acceso con la Bnl che si estinguerà nel 2019, le cui rate rimanenti ammontano a 115.000 euro, circa 22.000 euro l' anno. Mentre, a quanto si legge «i ricavi delle vendite e delle prestazioni» della Antocri nel 2010 sono di 32.430 euro l' anno (praticamente uguali a quelli del 2009) e dovrebbero corrspondere all' affitto di circa 2.600 euro al mese all' Idv,prezzo plausibile per nove vani e 188 metri in centro a Milano. Semplificando, potremmo dire che il mutuo dell' appartamento milanese di Di Pietro viene pagato anche grazie all' affitto all' inquilino «Idv- Lista Di Pietro» (finanziata con rimborsi pubblici), stabilito - si legge negli atti- a «normali ed ordinarie condizioni di mercato ». Cioè quelle concordate tra il locatore,

Lo diceva Berlusconi. Contro la crisi solo due soluzioni. Una banca di ultima istanza o il ritorno alle monete nazionali

(da Il Giornale) Il giorno elettorale di Hollande (e quello della Le Pen) potrebbe rappresentare il punto di svolta per il destino dell' euro. Non a caso il candidato socialista all' Eliseo ( che pure dice cose inquietan-ti su tasse e ruolo dello Stato) ha riservato le sue ultime parole prima del silenzio delle urne proprio alla Bce e alla necessità che cambi la sua missione per garantire direttamente il debito degli Stati dell' Unione. Ben svegliati. Nei «bugiardini » delle medicine c' è sempre scritto che se il paziente peggiora o ha reazioni
indesiderate dopo l' assunzione del farmaco, occorre interrompere immediatamente la cura. Nel caso dell' Europa, messa in cura dagli eurocrati di cui Monti è organico rappresentante, abbiamo già assistito al primo morto (la Grecia) e tutti gli altri «malati» continuano a peggiorare. L' unica differenza con il recente passato è stato l' anestetico dei mille miliardi prestati dalla Bce. Il voto in Francia ci ricorda che gli Stati Europei sono ancora democrazie e non possiamo sempre dare la colpa agli «altri». Dice benissimo l' economista premio Nobel Paul Krugman quando parla di «suicidio» dell' Europa. Non è importante quanto e cosa «imponga » la Germania nel suo unico legittimo interesse: se acconsentiamo a proseguire in cure sbagliate avremo da biasimare solo noi stessi. Supponiamo però di volerci ribellare e di volerci strappare la flebo del veleno dell' austerità fiscale che ci sta uccidendo: il gesto non sarebbe senza conseguenze, quindi è meglio sapere bene cosa sono i pro e i contro.
La questione è stata recentemente inquadrata sia dallo stesso Krugman che dal capo economista di Nomura, Koo. Tutti e due concordano con una premessa: impossibile proseguire così. Impossibile, assurdo e suicida. Chiedere a uno Stato con la disoccupazione al 23% come la Spagna ulteriore austerità è una bestialità talmente grande che dovrebbe aprire gli occhi anche ai ciechi, così come non ci voleva un profeta per prevedere che in Italia la stretta fiscale cominciata con le manovre di luglio e proseguita da Monti avrebbe avuto come immediata conseguenza la recessione. I due economisti poi cercano di analizzare le vie d' uscita e, seppure con differenti sfumature, le conclusioni sono simili: o un cambiamento a 180 gradi delle politiche economiche europee con meno tasse, più spesa e Bce garante del debito e disposta a tollerare l' eventuale inflazione, oppure l' unico modo per salvarsi è l' uscita dalla moneta unica, trauma che però risolverebbe alla radice i problemi di competitività con una normale svalutazione, riavviando la crescita.

Il motto di Bruxelles: tutti meglio di Sarkò. A rischio l'asse franco-tedesco. Ma forse, così, l'Europa si potrà salvare

(da Il Corriere della Sera) La cancelliera della Cdu Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno rappresentato per l' Europa l' egemonia conservatrice Hollande? A parte Marine Le Pen, per l' Europa qualunque cosa è meglio di Sarkozy», assicura il funzionario Ue di lungo corso che per parlare chiede un comprensibile anonimato. Dice che a Bruxelles «i più sono infastiditi dalla sua rincorsa a destra e dalla deriva nazionalista». Accusa il presidente d' aver frenato l' Unione per colpa della sua «crisi di identità», per il «non essere un
leader economico, e tanto meno internazionale, che l' ha fatto andare a rimorchio della Germania inseguendo chimere intergovernative». Alla fine, concede un secondo pezzo grosso comunitario, «è stato lo strumento di politiche sulle quali Berlino non era disposta a esporsi sino in fondo». Tengono il fiato sospeso, a Bruxelles, per curiosità più che per altro. Gli uomini delle istituzioni europee, quelli che Sarkozy ha chiamato con spregio «i tecnocrati che hanno fatto smarrire l' Europa», ostentano serenità davanti al match per l' Eliseo, e piuttosto sono in ambasce per il pieno della Le Pen, brutto segnale euroscettico che germoglia sulle lacune del progetto a Ventisette. A parte questo, e non è poco, sanno che cosa li attende se l' inquilino dell' Eliseo non dovesse cambiare, mentre Hollande non toglie loro il sonno, le sparate sul Fiscal Compact, come quelle sulla Bce, sono considerate «roba elettorale» che può essere ricondotta nella normalità. Col vantaggio di avere un socialista a sparigliare l' asse franco tedesco, che nel dopo crisi ha fatto il buono e il cattivo tempo nell' Ue. Ecco la chiave. L' incognita di breve termine è cosa succederà all' asse Berlino-Parigi. Daniel Gros, apprezzato economista del Ceps, prevede «qualche tensione», tuttavia «alla fine tutto tornerà come prima». Il fatto che Hollande «abbia idee confuse sulla costruzione europea», spiega, non stravolgerà il cammino dell' Ue. «Parlerà molto, dirà che serve solo l' austerità, così avremo presto un consiglio Ue speciale che varerà un "Pacchetto Crescita" che andrà bene anche a Mario Monti». Insomma, assicura il tedesco, «la Merkel dovrà fare qualche concessione di forma sullo sviluppo e sui poteri ulteriori alla Bce».

In Francia si va al ballottaggio. Bersani sostiene Hollande. Ma al ballottaggio sarà dura.

(da Il Corriere della Sera) Il più diretto è stato Giulio Tremonti: «Sarkozy lo conosco, diciamo che è un amico, ma voterei per Hollande perché condivido il suo programma che contiene le stesse tesi sostenute nel mio libro» ha svelato in tv a Lucia Annunziata, ancora al buio di ogni proiezione, con motivazione un filo autoreferenziale. Meglio il candidato socialista che «vuole il controllo della finanza e limiti forti alla speculazione» per l' ex ministro dell' Economia, che dissente soltanto sulla Tobin tax «che legittima la speculazione».
Ma il trend è quello in tutto il Pdl: un sommesso adieu Sarkozy. Propende per il suo rivale nella corsa all' Eliseo Fabrizio Cicchitto, capogruppo alla Camera che, avesse dovuto esprimere una preferenza si sarebbe sentito in difficoltà: «Perché forse in Hollande c' è un eccesso di torsione a sinistra della piattaforma programmatica ma la copertura che Sarkozy ha dato alla Merkel sulla politica economica europea non ha funzionato, come tutti possono constatare». Si rende conto che sembra un atteggiamento insolito l' onorevole Guido Crosetto che ci scherza su Twitter: «Ho sempre pensato di essere un liberale e mi trovo a sperare nella vittoria di Hollande per non morire tedesco/montiano. C' è uno psicologo?». È già oltre il presidente dei senatori Pdl Maurizio Gasparri, che non ha dubbi su chi sarà il prossimo presidente francese («c' è stata una forte delusione verso Sarkozy e tutti sanno da tempo quale sarà l' esito finale delle elezioni in Francia»). Individua gli sbagli dell' ex alleato: «Sarkozy paga errori politici e personali». E passa alla pesa delle preferenze: «Dai primi dati si rileva che i due candidati della sinistra otterrebbero insieme meno del 40 per cento dei voti, mentre i tre dell' area di centrodestra ben più del 50. So bene che non si possono fare somme semplicistiche, ma la sinistra che otterrà l' Eliseo è in realtà minoritaria». Mentre il leader Udc Pier Ferdinando Casini twitta: «Comunque vada scosse in vista per l' Europa: non sarà un male se si penserà alla crescita». Più scontati e certo meno sofferti i commenti a sinistra sull' esito del primo turno delle presidenziali francesi. «Un risultato davvero ottimo, niente è ancora deciso ma è stato fatto un primo passo importante per il cambiamento in Francia e in Europa» ha esultato Pier Luigi Bersani.

Il Governo Monti non paga le imprese. Meno 10% rispetto allo scorso anno i pagamenti della P.A. alle imprese

(da Il Sole 24 Ore) Insieme alla crisi economica e ai vincoli di finanza pubblica rafforzati per puntellare i conti pubblici, anche i mali causati dal patto di stabilità interno si sono aggravati: mentre i riflettori della finanza locale negli ultimi mesi si sono tutti spostati sull' Imu, i pagamenti effettivi da parte degli enti territoriali alle imprese attive nelle opere pubbliche hanno fatto segnare un crollo ulteriore nel primo trimestre 2012, riducendosi del 14% rispetto ai livelli del 2011 che già rappresentavano un record negativo: cuore del problema, ancora una volta, i Comuni, dove tra gennaio e marzo del 2012 i pagamenti in conto capitale sono crollati del 10% rispetto ai primi tre mesi dello scorso anno. Il dato è preoccupante in sé, ma è la serie storica a definire compiutamente i termini del problema. Nel 2011 i Comuni hanno effettuato pagamenti in conto capitale per 13,8 miliardi, cioè il 19% in meno rispetto agli oltre 17 miliardi pagati alle imprese nel 2008: il crollo dei primi tre mesi del 2012 segna quindi un drastico peggioramento rispetto a una situazione già compromessa, che colpisce le economie locali e trova il proprio epicentro nell' edilizia e nelle costruzioni. In un quadro così grave, le evoluzioni normative sul tema non lasciano troppe speranze. Dopo la stretta sul patto arrivata con la manovra correttiva estiva (di oltre 1 miliardo per i Comuni) gli enti locali si trovano di fronte a bilanci preventivi circondati da nebbie fitte. Molto probabilmente proprio queste incertezze, a voler ricercare una spiegazione, fanno bloccare i cordoni della borsa sui pagamenti in conto capitale.

Sulla stessa linea di Berlusconi, Monti continua la lotta all'evasione. E i furbetti delle tasse hanno sempre più paura

(da Il Corriere della Sera)Tutti noi dovremo aspettare fino al 2015, perché fino ad allora quel benedetto fondo per la restituzione ai cittadini onesti del «tesoretto» sottratto ai «furbetti» delle tasse servirà per tener basso il deficit pubblico. Ma già oggi c' è chi raccoglie i primi dividendi della guerra all' evasione, e sono anche belli sostanziosi: l' industria dei cosiddetti «prodotti fiscali» sta volando. Produttori e rivenditori di rotoli di scontrini, blocchetti di ricevute, bolle di trasporto, registri, stanno facendo affari d' oro. Dal blitz della Guardia di Finanza e dell' Agenzia delle Entrate a Cortina, tra Natale e Capodanno, le vendite sono letteralmente schizzate all' insù. Nel primo trimestre di quest' anno uno dei principali rivenditori del mercato ha registrato un incremento delle vendite dei prodotti fiscali del 14% rispetto al primo trimestre dell' anno scorso. Alla faccia della crisi dell' economia e del prodotto interno lordo, che quest' anno secondo il governo diminuirà dell' 1,2%. Commercianti, artigiani, professionisti, ristoratori, albergatori, ambulanti, se non assaliti da un improvviso impeto di amore fiscale verso il Paese, evidentemente spaventati dai controlli a tambur battente della Guardia di Finanza, corrono ai ripari. Il record spetta alle estetiste, che fanno la fila nelle cartolerie e nei negozi di prodotti per ufficio: dall' inizio dell' anno le vendite dei blocchetti di ricevute fiscali destinate a quella specifica attività è cresciuta del 58%, ma tutto il mercato dei prodotti fiscali cresce a cifra doppia. Del resto, le cronache dei giornali appaiono come bollettini di guerra: a Firenze un commerciante su cinque non batte gli scontrini, a Lecce 479 esercizi su 996 fuori regola, a Milano evade un negozio su tre, a Bari 38 negozi su 90 multati e ben 14 chiusi per un mese. Sì, perché la mancata emissione dello scontrino porta a una multa di 516 euro, ma se si ripete per quattro volte nell' arco di cinque anni può portare anche all' abbassamento forzato della saracinesca. E allora qualcuno comincia a pensare che il rischio si sia fatto troppo alto, e che le tasse sia meglio pagarle.