(da Il Messaggero) Appassionata difesa del ruolo «insostituibile» dei partiti a patto che «estirpino il marcio», dura requisitoria contro i «demagoghi di turno» dell' antipolitica, «no» allo scioglimento anticipato della legislatura, nuovo appello per le riforme istituzionali a cominciare dalla legge elettorale. Sono i questi i punti basilari dell' intervento di Giorgio Napolitano nell' affollata e plaudente piazza del Popolo di Pesaro per la cerimonia del 67° anniversario della Liberazione. Il richiamo alto e commosso alla Resistenza, al suo «volto unitario» e alla sua lezione ancora attuale è servito quasi come premessa ovvero come ispirazione per il monito di Napolitano. «Perché - egli spiega - dinanzi alla crisi che ha investito l' Italia e l' Europa abbiamo bisogno di attingere alla lezione di unità nazionale che ci viene dalla Resistenza e abbiamo bisogno della politica come impegno inderogabile». Ebbene su questo punto le parole sono state chiarissime. Quello di Napolitano è stato una sorta di coraggioso testamento politico di un uomo che ha dedicato alla politica gran parte della propria esistenza. E dice basta ai processi sommari, alle strumentalizzazioni. «Ci si fermi a ricordare a riflettere prima di scagliarsi contro la politica», avverte il capo dello Stato che cita la toccante lettera di un 19enne antifascista, studente di Parma, condannato a morte e fucilato nel 1944 come testimonianza di chi era conscio sin da allora che «la cosa pubblica siamo noi».«Oggi invece - incalza Napolitano - cresce la polemica e la rabbia verso la politica, si prendono per bersaglio i partiti come se ne fossero il fattore inquinante». Ebbene per non cadere in «abbagli fatali» bisogna ricordare che negli anni della Resistenza e nel secondo dopoguerra furono proprio i partiti «il corpo vivo e operante» della politica, i promotori della Costituente e della Carta costituzionale.

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