(da La Stampa) Seduto su un divano in Transatlantico, il giorno dopo gli annunci di Casini e Pisanu, un dirigente Pd della minoranza, tra i più informati sui movimenti tellurici nei tre poli, butta lì una manciata di numeri ipotetici, che più di una suggestione assumono il sapore di un brutto presentimento: un Pdl attestato al 15% e svuotato delle sue compagini più moderate, idem per il Pd, ma sul lato sinistro del campo, dove la concorrenza delle forze di Vendola, Di Pietro e Grillo insieme potrebbero totalizzare il 20% dei seggi;
e tutto il resto, un bacino di consensi potenziali del 35-40%, suddiviso tra il nascituro Partito della Nazione dei terzopolisti e un ipotetico listone civico nazionale; che per semplicità potrebbe esser definito «partito dei tecnici». «Ecco, se tra un anno il quadro politico si presentasse mutato fino a questo punto, magari in assenza di una legge elettorale riformata, cosa succederebbe?». E anche se è evidente che trattasi solo di fantapolitica, queste domande segnalano se non altro quanto i movimenti centristi agitino anche i vertici Democratici, che pure non lo danno a vedere facendo finta di nulla. Perché se questo nuovo progetto di Casini si saldasse con il «partito dei tecnici» (magari benedetto dai berlusconiani di fede montiana) la lunga corsa verso la vittoria alle urne del Pd (oggi in vantaggio nei sondaggi dopo lo spappolamento del centrodestra) potrebbe infrangersi contro un muro. Non sono infatti casuali le battute di Bersani che da giorni mette in guardia dalla tentazione di dare uno sbocco alla crisi della politica con nuove soluzioni «eccezionali» come fu quella di Berlusconi nel '94, facendo perno su una gigantesca sfiducia delle fasce più popolari verso i partiti, alimentata per motivi diversi da tutti i media. Il fastidio dei bersaniani di ferro come il responsabile economico Stefano Fassina per le aperture ai centristi sono un' altra spia di queste ansie. Sull' Unità di ieri Fassina bacchettava il cattolico Fioroni che, pur garantendo di non voler spiccare il volo dal Pd, invitava a non sottovalutare l' operazione messa in piedi da Casini. Bollata però da Fassina come puro marketing elettorale, «un ripackaging di ceto politico, magari con qualche innesto tecnico, senza un programma credibile».
e tutto il resto, un bacino di consensi potenziali del 35-40%, suddiviso tra il nascituro Partito della Nazione dei terzopolisti e un ipotetico listone civico nazionale; che per semplicità potrebbe esser definito «partito dei tecnici». «Ecco, se tra un anno il quadro politico si presentasse mutato fino a questo punto, magari in assenza di una legge elettorale riformata, cosa succederebbe?». E anche se è evidente che trattasi solo di fantapolitica, queste domande segnalano se non altro quanto i movimenti centristi agitino anche i vertici Democratici, che pure non lo danno a vedere facendo finta di nulla. Perché se questo nuovo progetto di Casini si saldasse con il «partito dei tecnici» (magari benedetto dai berlusconiani di fede montiana) la lunga corsa verso la vittoria alle urne del Pd (oggi in vantaggio nei sondaggi dopo lo spappolamento del centrodestra) potrebbe infrangersi contro un muro. Non sono infatti casuali le battute di Bersani che da giorni mette in guardia dalla tentazione di dare uno sbocco alla crisi della politica con nuove soluzioni «eccezionali» come fu quella di Berlusconi nel '94, facendo perno su una gigantesca sfiducia delle fasce più popolari verso i partiti, alimentata per motivi diversi da tutti i media. Il fastidio dei bersaniani di ferro come il responsabile economico Stefano Fassina per le aperture ai centristi sono un' altra spia di queste ansie. Sull' Unità di ieri Fassina bacchettava il cattolico Fioroni che, pur garantendo di non voler spiccare il volo dal Pd, invitava a non sottovalutare l' operazione messa in piedi da Casini. Bollata però da Fassina come puro marketing elettorale, «un ripackaging di ceto politico, magari con qualche innesto tecnico, senza un programma credibile».

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