(da Libero) Se è vero che anche un minuto trascorso in galera dura un’eternità, figuriamoci quanto possano durare dieci giorni: specie se un giudice ha decretato che da quella cella devi uscire. È la stravagante situazione in cui si trova un commercialista napoletano, rinchiuso nel carcere di Secondigliano dal 19 marzo. Nel momento in cui Libero va in stampa, l’uomo potrebbe anche esser tornato a casa, ma la sua storia è comunque meritevole di essere raccontata. Ersilio Giannino viene arrestato con accuse pesantissime: concorso nel riciclaggio di denaro della camorra e nella corruzione di giudici tributari.È uno dei 60 arrestati del blitz della Dda contro il Gruppo Ragosta: operazione che sta progressivamente sgretolandosi in quanto i tre fratelli imprenditori sono stati scarcerati dal Riesame che ha decretato che con le loro aziende (tra cui la Lazzaroni e l’Amaretto di Saronno) la camorra non c’entra nulla. Passa circa un mese e il 12 aprile il Tribunale della Libertà di Napoli cancella l’agevolazione alla mafia e dispone i domiciliari anche per Giannino. Ma non esegue la scarcerazione perché sulla corruzione dei giudici tributari viene ravvisata la competenza territoriale della procura di Roma. Arriviamo al 20 aprile, cioè venerdì scorso. Il Gip romano dispone i domiciliari anche per la corruzione: a questo punto non resta che tornare a casa. Ma qualcosa s’inceppa. Il gip Cipriano manda l’ordinanza al titolare del fascicolo, il pm Deodato che la trasmette alla Gdf, ai difensori e alla Polizia penitenziaria di Secondigliano. Dal carcere, però,non si fidano di quelfax,non lo ritengono sufficientemente credibile, perché non è giunto dall’ufficio di un magistrato, anche se questi l’ha girato ai militari. I difensori, Ernesta Siracusa e Felice Carbone, si attivano in tutti i modi. Arriviamo a domenica, gli avvocati decidono di attivarsi diversamente: telefonano ai carabinieri di Secondigliano - loro sì competenti per territorio -e spieganola faccendaa unsolerte maresciallo che si precipita al carcere. Niente da fare pure stavolta: vogliono il magistrato, tant’è che mandano anche loro un fax a Roma per ottenere la conferma. Ma sbagliano destinatario, cioè lo inviano al gip invece che al pm che deve procedere all’esecuzione. Peraltro non trovano nessuno, la domenica è sacra nei tribunali italiani.

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