(da Italia Oggi) Scaricato da Pier Ferdinando Casini e dalla strana maggioranza che sostiene il governo, Gianfranco Fini si vendica immediatamente facendo un primo sgambetto sull' accordo del finanziamento ai partiti appena raggiunto dal trio dell' Abc e getta un primo amo nel sempre più pieno serbatoio elettorale dell'antipolitica e del populismo. Con straordinario tempismo ieri ha proposto la sua ricetta per dimezzare da subito i rimborsi elettorali, che saranno accreditati ai partiti a luglio, proprio mentre Angelino
Alfano, Pier Luigi Bersani e Casini, sfidando l' ira degli elettori, hanno confermato che incasseranno tutti i 100 milioni di euro, sottolineando che «cancellare del tutto i finanziamenti pubblici ai partiti sarebbe un errore drammatico, che punirebbe tutti allo stesso modo e metterebbe la politica nelle mani delle lobbies». Il presidente della Camera non ci sta a sparire nel cono d' ombra verso il quale il leader dell' Udc lo sta spingendo per poi affossarlo del tutto con il «partito della nazione». Fini, emarginato nei suoi uffici di Montecitorio, ha dovuto assistere all' attivismo solitario di Casini che a nome del grande centro, dello stesso presidente della Camera e di Francesco Rutelli, che ha dovuto fare un passo indietro per l' inchiesta sul suo ex tesoriere Luigi Lusi, si sta prendendo tutta la scena e appare quasi come uno statista che si sacrifica per tenere insieme Alfano e Bersani; mentre lui appare quasi un privilegiato attaccato alla poltrona. Negli ultimi mesi poi, ha dovuto assistere anche alla spaccatura del terzo polo alle amministrative, a partire da Palermo dove l' Udc ha avuto un ritorno di fiamma e si è alleato con il Pdl, mentre il suo Fli è rimasto in mezzo al guado costretto a presentarsi soltanto con il partito del governatore che tra l' altro è gravato dalla pesante imputazione per mafia. Così ieri ha deciso di farsi notare entrando a gamba tesa sull' accordo appena trovato da Alfano, Bersani e Casini e dalle pagine di Repubblica ha attaccato proprio sull' argomento appena chiuso dai tre.
Alfano, Pier Luigi Bersani e Casini, sfidando l' ira degli elettori, hanno confermato che incasseranno tutti i 100 milioni di euro, sottolineando che «cancellare del tutto i finanziamenti pubblici ai partiti sarebbe un errore drammatico, che punirebbe tutti allo stesso modo e metterebbe la politica nelle mani delle lobbies». Il presidente della Camera non ci sta a sparire nel cono d' ombra verso il quale il leader dell' Udc lo sta spingendo per poi affossarlo del tutto con il «partito della nazione». Fini, emarginato nei suoi uffici di Montecitorio, ha dovuto assistere all' attivismo solitario di Casini che a nome del grande centro, dello stesso presidente della Camera e di Francesco Rutelli, che ha dovuto fare un passo indietro per l' inchiesta sul suo ex tesoriere Luigi Lusi, si sta prendendo tutta la scena e appare quasi come uno statista che si sacrifica per tenere insieme Alfano e Bersani; mentre lui appare quasi un privilegiato attaccato alla poltrona. Negli ultimi mesi poi, ha dovuto assistere anche alla spaccatura del terzo polo alle amministrative, a partire da Palermo dove l' Udc ha avuto un ritorno di fiamma e si è alleato con il Pdl, mentre il suo Fli è rimasto in mezzo al guado costretto a presentarsi soltanto con il partito del governatore che tra l' altro è gravato dalla pesante imputazione per mafia. Così ieri ha deciso di farsi notare entrando a gamba tesa sull' accordo appena trovato da Alfano, Bersani e Casini e dalle pagine di Repubblica ha attaccato proprio sull' argomento appena chiuso dai tre.

Nessun commento:
Posta un commento