martedì 10 aprile 2012

“Per le imprese c'è un costo nascosto: la corruzione”

(Da Economy, a firma Gianpiero Cantoni). Bisogna intervenire sulla corruzione. È importante eliminare il reato di concussione' come ci chiede l'Ocse, avendo presente che quel comportamento resta sanzionabile come una condotta estorsiva. E importante intervenire sul tema per una ragione molto semplice: la corruzione danneggia la nostra economia. Danneggia soprattutto le piccole e medie aziende, in balia spesso di burocrazie che usano lacci e lacciuoli e li sciolgono a condizione di versare un obolo. Corruzione, o meglio estorsione. E grave danno per chi non entra in questa logica. Ragioniamo. La corruzione danneggia il sistema Italia sotto due diversi aspetti. Da una parte, c'è la mole di quattrini che viene sottratta a impiego produttivo e utilizzata per alimentare le corruttele. Nessun pasto è gratis: i quattrini che vengono impiegati per corrompere pubblici ufficiali potrebbero essere spesi altrove. Se ciò non avviene' è perché la corruzione è stimata più conveniente' per i corruttori, della leale partecipazione alla gara competitiva legale e sotto gli occhi di tutti. Questo, di per sé, è un dramma.

Ma un dramma ancora maggiore è l'effetto secondario, per così dire, della corruzione. Che danneggia la reputazione di tutto un Paese, allontanando investitori stranieri. Gli investitori esteri sarebbero preziosissimi alla nostra economia, soprattutto in un periodo come questo nel quale il credito è b1occato e i capitali si muovono con grande circospezione. Investimenti produttivi stranieri non producono meno occupazione di quelli che battono bandiera italiana, e anzi consentono spesso e volentieri una migliore integrazione delle nostre aziende sul piano internazionale. La stessa riforma del lavoro, ci ha spiegato (giustamente) il ministro Fornero, è necessaria per rassicurare le imprese estere sulla possibilità di investire in Italia e gestire razionalmente le proprie filiali.

Ma qualsiasi riforma vale a poco se la percezione di tutti è che per lavorare in Italia ci sia, oltre a una elevata tassazione formale, una importante forma di imposte informali da pagarsi per conquistarsi il lusso di poter lavorare. Attenzione, però. Contro la corruzione non basta una legge ad hoc. Serve un cambio di paradigma' che coinvolga in prima battuta i legislatori. Infatti, non dobbiamo mai dimenticarci che l'elevata corruzione è un riflesso dell'ampio potere discrezionale di cui gode chi gestisce il potere: e chi gestisce il potere gode di ampia discrezionalità perché le norme gliela garantiscono. Perché sono troppo complesse e oscure per essere lette e comprese linearmente dagli operatori economici. Perché, come diceva Giolitti, esse possono essere «interpretate per gli amici e applicate ai nemici». Perché lasciano troppe decisioni nelle mani del decisore politico, anziché individuare meccanismi semiautomatici per fare fronte alle potenziali esternalità negative dell'attività d'impresa lasciandole campo libero per tutto il resto.

Non debelleremo la corruzione finché non avremo estirpato il vero cancro italiano. Quello di una legislazione ipertrofica, troppo complessa, cervellotica, di difficile comprensione, che crea in ultima analisi grande incertezza e perciò apre la strada agli ungitori di ruote che fanno girare meglio gli ingranaggi. Bisogna partire di lì. Il Parlamento deve riappropriarsi di una missione importante e tutta sua: migliorare la qualità del diritto e delle norme. Per attrarre investimenti esteri e per rendere la vita più facile a quelli italiani.

Nessun commento:

Posta un commento