martedì 17 aprile 2012

Un Grillo per la testa. Il comico genovese non è democratico. Il suo è il partito delle fatwe

(da Italia Oggi). Beppe Grillo esulta, i sondaggi lo fanno volare («siamo oltre il 7 %», dice) perché raccoglie la protesta di tutti i colori, dai delusi dal Pd che appoggia le tasse di Mario Monti agli orfani di Silvio Berlusconi fino ai leghisti in depressione. Ma il trionfo elettorale annunciato dal palco del suo ultimo comizio col consueto contorno di contumelie contro tutti coloro che non la pensano come lui, nasconde un dente scoperto: il leader non ammette critiche.
Quindi cavalcare l' onda di un pronosticato trionfo è anche un modo per serrare le file di un movimento diventato inquieto, convincere chi flirta coi contestatori che è meglio giurare fedeltà al padre-padrone perché se ne trarranno benefici, mettere una pietra tombale sulle espulsioni per lesa maestà. Ma i cinquestellini in Emilia, dove è scoppiata la principale rivolta contro il leader, si fanno galvanizzare solo a metà. A Reggio Emilia per esempio postano sul web un duro j' accuse: «Grillo mai contraddice il suo braccio destro Gianroberto Casaleggio, anzi espelle e scomunica i propri seguaci, rei d' autoconvocazione per discutere. "Uno vale uno", ma l' unico "probo vir" vale più di tutti. E così il movimento 5 stelle non seleziona il personale politico, anziché emergere i migliori prevalgono i peggiori, quelli che fanno la voce grossa, prima chiedono le purghe, poi plaudono a fatwe preventive e decreti espulsivi, poi negano i fatti». Parole dure. Ma l' espulsione decisa da Grillo, su suo insindacabile verdetto, del consigliere comunale di Ferrara, Valentino Tavolazzi, reo di avere indetto una riunione, senza avvertire preventivamente il comico-politico, per dibattere del futuro del movimento ha creato una spaccatura difficile da rimarginare anche se le 5 stelle faranno incetta di voti alle prossime amministrative.

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