(da Il Corriere della Sera). A Bossi, che cade in una brutta storia di soldi inghiottiti dal «cerchio magico», va riconosciuta la grandezza di un leader che ha imposto la «questione settentrionale» L’indomito guerriero si è lasciato irretire dal clan familiare. Il capo carismatico di un movimento nato nella lotta alla corruzione di «Roma ladrona» si è inabissato nei gorghi di una cricca familista vorace e spregiudicata. A Umberto Bossi che cade in una brutta storia di soldi inghiottiti dal «cerchio magico» va però riconosciuta la grandezza di un leader che ha imposto nell’agenda politica nazionale la «questione settentrionale». E ha interpretato i sentimenti di un popolo che non aveva rappresentanza politica. Ora di quella grande rivoluzione resta solo il guscio voto. Ma l’establishment non deve illudersi nella fine ingloriosa di un outsider valoroso che seppe farsi politico accorto: quella frattura tra il Nord e il Palazzo non si è ricomposta. E non sarà una miserabile vicenda di fondi stornati a cancellare una storia iniziata nelle periferie del sistema e sul cui futuro nessuno avrebbe scommesso un soldo.
Bossi ce l’aveva fatta da solo, ma termina la sua carriera di leader indiscusso prigioniero di un partito diventato proiezione di un capo circondato da figure mediocri ai quali chiedeva fiducia incondizionata e protezione psicologica. Gli ultimi anni di leadership erano diventati un tormento: l’insulto e il gestaccio al posto dell’argomento, il figlio onnipresente al posto di una classe dirigente, l’imitazione stanca del machismo come surrogato di un’energia perduta, il tatticismo politico esasperato al posto di una strategia politica.
Bossi ce l’aveva fatta da solo, ma termina la sua carriera di leader indiscusso prigioniero di un partito diventato proiezione di un capo circondato da figure mediocri ai quali chiedeva fiducia incondizionata e protezione psicologica. Gli ultimi anni di leadership erano diventati un tormento: l’insulto e il gestaccio al posto dell’argomento, il figlio onnipresente al posto di una classe dirigente, l’imitazione stanca del machismo come surrogato di un’energia perduta, il tatticismo politico esasperato al posto di una strategia politica.

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